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domenica 15 giugno 2025

[mai più senza] e siamo al dodicesimo anno dei consigli di lettura di Aldo per l'estate!

Eravate preoccupati, cari i miei 25 lettori? Pensavate che Antonella si fosse scordata di questo fondamentale appuntamento? E invece, eccoci qui, se non sapete cosa leggere quest'estate tornano i consigli di lettura di Aldo per l'estate, come sempre sollecitato da Antonella... un po' di tutto, per tutti i gusti! 

 Ma prima, doverosamente, ecco l'elenco delle undici puntate precedenti:

[2014] http://aldotorrebruno.blogspot.it/2014/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2015] http://aldotorrebruno.blogspot.it/2015/06/mai-piu-senza-torna-lappuntamento-con-i.html

[2016] http://aldotorrebruno.blogspot.it/2016/07/mai-piu-senza-terzo-appuntamento-con-i.html

[2017] http://aldotorrebruno.blogspot.com/2017/06/mai-piu-senza-quarto-appuntamento-con-i.html

[2018] http://aldotorrebruno.blogspot.com/2018/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2019] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2019/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2020] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2020/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2021] http://aldotorrebruno.blogspot.com/2021/06/mai-piu-senza-lottavo-anno-dei-consigli.html

[2022] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2022/06/mai-piu-senza-il-nono-anno-dei-consigli.html

[2023] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2023/06/mai-piu-senza-e-sono-10-un-decennio-di.html

[2024https://aldotorrebruno.blogspot.com/2024/06/mai-piu-senza-lundicesimo-leggasi-11.html


Pronti? Via!
Il primo libro di cui voglio parlarvi è Sulla pietra, il ritorno di Fred Vargas e del suo commissario Adamsberg. Eravamo abituati al ritmo di un libro all'anno della nostra Fred, e invece stavolta ci ha fatto penare, ma ne è valsa la pena - anche se non si tratta di un allarme capolavoro, ma di un ottimo libro, soprattutto se si ama il commissario più stralunato di Francia. Manca la spalla preziosissima di Danglard, ma il libro vale la lettura. 

Dopo la fiction, un libro che mi ha aperto gli occhi su un tema sempre più rilevante, il saggio di demografia del Rettore di Bocconi, Billari, dal titolo Domani è oggi. Un saggio su temi che stanno diventando caldissimi, visto l'imminente inverno demografico, che mi ha fatto scoprire il concetto delle navi demografiche e che non fa dormire sonni tranquilli, visto che uno degli aspetti che Billari sottolinea è che i tempi della demografia sono di fatto inconciliabili con quelli della politica, cosa che - visti i chiari di luna italiani e internazionali - fa tremare i polsi. Va letto, non ci sono storie.

Se si ama una certa fantascienza molto particolare è un'ottima idea dedicare un paio di giorni a Picnic sul ciglio della strada, dei fratelli Arkadi e Boris Strugatski. Fantascienza della miglior categoria, in cui le cose si campiscono senza che sia necessario scendere nei dettagli, in cui la curiosità evita il pedissequo che poi, col passare degli anni, diventa ridicolo e agé. Fantascienza che invecchia bene e si legge anche meglio! 

Ho colmato una personale lacuna dedicandomi a Quel che resta del giorno di Ishiguro. Qui siamo in pieno allarme capolavoro, ma non lo scopro certo io, il Kazuo mi ha vinto il Nobel... I sentimenti appena delineati, il concetto di quieta grandezza riassunto dalla parola dignità. Il rapporto tra le generazioni. Un'epoca che muore, senza che i protagonisti siano in grado di capirlo e di capire ciò che viene dopo. Un mondo in disfacimento, quella decadenza che ricorda certe poesie dannunziane (Nella belletta, per esempio). Insomma, un libro che deve essere letto!

Così come deve essere letto Attaccare la terra e il sole, di Mathieu Belezi. Si tratta di un libro tosto, intenso, che racconta della colonizzazione francese dell'Algeria e lo fa affastellando, con un ritmo che non lascia respiro al lettore, i due punti di vista contrastanti dei coloni, povera gente mandata allo sbaraglio nel tentativo di coltivare la terra e dei soldati, chiamati alla conquista, mostrati durante le scorrerie impietose. Da un lato si prova pietà per i coloni, dall'altra orrore per i soldati e per i loro capi, osceni nella ferocia. Il tutto raccontato con una prosa strana, assillante, con una punteggiatura praticamente inesistente quasi che il segno di interpunzione, per sua natura chiamato a mettere ordine e farci respirare, sia inadeguata per una narrazione di questo tipo, che deve invece essere incessante, sovrapposta, senza respiro. Il libro è breve e di lettura velocissima, ma al contempo un pugno nello stomaco.

Ha sempre fatto caldo, di Giulio Betti, fa il paio con il libro di Billari per angosciarci sul nostro futuro a tinte fosche: il climatologo smonta infatti le bufale sul clima, spiega la differenza tra clima e meteo, mostra dati inequivocabili, ma al contempo spiega che non possiamo arrenderci e aspettare che il peggio arrivi, perché questo è il peggiore atteggiamento, immediatamente dopo quello negazionista. Impariamo con lui le due parole chiave per il futuro: mitigazione e adattamento. Il libro è piacevole e si legge rapidamente, imparando parecchio e preoccupandosi il giusto.

Sulla disperazione d'amore, di Stefano Bonaga, è un libello più o meno filosofico su una sensazione che tutti, prima o poi abbiamo provato, e di cui se riandiamo anche solo col pensiero, sentiamo ancora i segni nell'anima e sulla pelle. Il libro è poco più di un pamphlet ed è molto divertente, ma al contempo molto lucido e a suo modo profondo: cosa accade quando si soffre per amore? Le riflessioni sulla profondità di tale sofferenza, che tutti noi abbiamo incontrato più volte nella vita (è inevitabile) sono anche riflessioni sullo spirito tragico che risiede in ognuno di noi, non sono mai banali e sono estremamente divertenti.

Quando abbiamo smesso di capire il mondo, di Benjamin Labatout è una fiction basata su fatti veri, secondo libro che leggo di questo autore e che conferma la sua bravura. Una citazione: “Secondo i deterministi, per poter conoscere il passato più remoto e predire il futuro più lontano era sufficiente scoprire le leggi che governavano la materia. Se tutto ciò che accadeva era la conseguenza diretta di uno stato precedente, bastava guardare al presente e mettere in marcia le equazioni per giungere a una conoscenza simile a quella divina. Una visione che diventava una chimera alla luce della scoperta di Heisenberg: a essere al di là della nostra comprensione non era il futuro. E nemmeno il passato. Era il presente. Neppure lo stato di una misera particella poteva essere afferrato in pieno. Si sarebbero potuti scandagliare in lungo e in largo i fondamenti, ma qualcosa di confuso, indeterminato e incerto sarebbe rimasto sempre, come se la realtà ci lasciasse vedere il mondo chiaramente solo con un occhio per volta, e mai con tutti e due.”

Le cose crollano, di Chinua Achebe è un libro davvero interessante e ben scritto, che ho letto per merito del club del libro del Politecnico di cui faccio parte. Il punto di vista di questo libro è davvero raro da trovare, anche nella letteratura di genere: è difficile infatti trovare racconti in cui la cultura dei luoghi colonizzati non venga messa in discussione in maniera un po' partenalistica dal colonizzatore. Qui la cultura degli igbo, le loro credenze, i loro modi di agire (spesso per noi almeno nominalmente disturbanti) non è neppure spiegata, esiste come normale sottofondo della storia. Non viene proposta una sorta di visione antropologica, non c'è commento, ci sono solo dati di fatto. E lo scontro tra la cultura igbo e i colonizzatori è raccontato da un punto di vista inconsueto e notevole.

Amo Sandrone Dazieri, secondo me è il miglior autore di noir italiano, capace di sceneggiare le sue trame in maniera unica. Dopo la trilogia del padre, tornano sulla scena Dante e Colomba nel bellissimo Uccidi i ricchi, Trama perfetta, personaggi indimenticabili, capacità di non stereotipare anche due come Dante e Colomba, con le loro stranezze. A volte quando un autore trasforma i suoi personaggi in personaggi seriali, cade nei cliché e noi lettori cadiamo nell’inevitabile affetto. Sandrone Dazieri, no. Le trame non si ripetono e sono sempre magistrali. In questo libro la storia si svolge in un mondo di super ricchi, quindi un mondo decisamente distante dalle corde dell’autore, il quale però dimostra la sua bravura nel muovercisi a suo perfetto agio. Insomma, un libro che non si legge, si divora.

Ed eccoci alla top 3! Al terzo posto un Jonathan Coe in grande spolvero con La prova della mia innocenza, un autore che amo da sempre. Da un lato mi chiedo se i capolavori della giovinezza (La casa del sonno, La famiglia Winshaw) siano nella mia testa capolavori assoluti perché li ho letti quando avevo poco più di 20 anni e come tutte le cose che abbiamo fatto a quelle età risplendono di quella luce meravigliosa o se invece avevano un afflato - dovuto forse anche alla giovane età dell'autore - che poi la vita ha inevitabilmente affievolito. Dall'altro invece mi chiedo se il fatto che questo libro mi sia piaciuto così tanto possa dipendere dall'affetto che provo verso Coe. Poi però mi dico che tutte queste riflessioni lasciano il tempo che trovano: vale la sensazione di piacere che ho provato leggendo questo libro, così vario, così ben scritto, così coinvolgente, così meritevole della nostra attenzione. E allora bando alle domande oziose, godiamoci il piacere di un narratore straordinario e di una storia interessante e avvincente, con un sottofondo di disillusione e cupezza politica e un piccolo sguardo di speranza nel futuro.

Al secondo posto c'è un autore che ho scoperto di recente e che sto amando moltissimo, pur sapendo che va assunto in dosi massicce, ma per brevi periodi: Paolo Nori. Chiudo la porta e urlo è finalista allo Strega e teoricamente parla di Lello Baldini, poeta romagnolo. Ma in realtà, come tutti i libri di Nori, parla di Nori che parla di Lello Baldini, parla della nonna Carmela (che si chiamava Carmela), parla di Togliatti, parla di russi e Russia, parla di coglionaggine. Una sola citazione, folgorante:

«“Ma com’è stato?”, “Nel sonno, l’ha trovato Enzo ieri mattina, a letto, suo fratello”, “Orca però, ma in fondo gli è andata bene, è la morte piú bella, passi di là che non te n’accorgi”, “Ah, ma lo sapeva anche lui, pare che per addormentarsi si sia mangiato trenta pastiglie di Tavor”.»

And the winner is... La vegetariana della premio nobel Han Kang. Un libro sconvolgente, un libro sconcertante, un libro che va letto per forza anche se necessita di coraggio. L'inizio è uno dei più folgoranti che io abbia letto recentemente ("Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante."), poi il libro esprime tutta la sua forza, dirompente. Si tratta di tre capitoli, ognuno dei quali è un punto di vista sulla protagonista, che è poi la donna che decide di diventare vegetariana che da il titolo al libro. Protagonista che conosciamo solo attraverso il modo in cui altre tre persone la interpretano e mai attraverso ciò che pensa e vede lei in prima persona. Già questo è un indice significativo della considerazione in cui viene collocata. Il libro ha molti piani di lettura, non tutti semplici, non tutti immediatamente accessibili, ha momenti di grande lirismo, soprattutto nel secondo capitolo, ha una forza notevole e non sempre piacevole. Va letto, assolutamente. Su questo libro ho anche scritto un articolo per la rivista Orione, uscirà a breve e si potrà trovare qui, assieme agli altri che ho scritto negli anni per loro: https://www.fondazionesinapsi.it/autore/aldo-torrebruno/ 


Buona estate e buone letture a tutte e tutti, che sia un'estate di libridine!!!

  



lunedì 29 luglio 2024

#iviaggidivanesio vol. 18: la Valcamonica, i camuni, Lovere e zone limitrofe

Da anni e anni desideravo vedere le incisioni rupestri dei camuni, precisamente dalle elementari, quando, per motivi che non ricordo, la mia fu praticamente l’unica classe della storia delle scuole elementari di Cislago che non venne condotta con tanto di torpedone degno dei Peanuts a vedere questa meraviglia artistica dal nostro remoto passato. 

Poi però, si sa com’è la vita, prima o poi ci andrò, prima o poi ci andrò, e quasi arrivo a 50 anni senza mai essere andato - il che è particolarmente scandaloso, visto che da Milano non sono neanche 2 ore di strada.

L’occasione nasce da una corsa: quasi un anno fa mi sono iscritto, affascinato dal nome e dal logo alla Valle dei segni wine trail: un trail di diversa lunghezza (da 55 km - anticamera di morte certa - fino agli 8 km per bambini a cui mi sono iscritto io) che si correva nel 2022 per la prima volta, attraversando parchi rupestri e vigneti. Suonava bene, e in effetti è stato davvero bello. Uniamoci che è caduto all’inizio di un fantastico ponte per Ognissanti, che garantiva 4 giorni di vacanza, ed ecco che la tentazione si è fatta irresistibile.

 


Il trail partiva a Darfo Boario, ridente località termale della Valcamonica, noi abbiamo trovato posto in una bella area camper a Costa Volpino, sul lago d’Iseo, a due passi da Lovere - altra meta che abbiamo visitato con grande gioia. L’area camper Costa Volpino merita due righe, in particolare grazie al suo vulcanico gestore, il grande Sergio: gentilissimo, sempre disponibile, si fa un mazzo così per accontentare tutte le richieste. L’area è grande, con oltre 100 stalli, ciononostante esonda di persone e camper, piena oltre ogni aspettativa. Ma anche piena, essendo molto grande, non è sgradevole, anzi… posizione perfetta tra una ciclabile e il lago, con grandi prati e spazi dove far correre il canetto e la bella cittadina di Lovere a 10 minuti, consigliatissima. Al mattino, nei weekend, arriva una signora dalla montagna con salumi, formaggi e salamelle prodotte nella sua azienda agricola: da non perdere! Il giorno di Ognissanti Sergio ha organizzato una grigliata di dimensioni bibliche, con spiedo bresciano, polenta, vino a fiumi e il karaoke finale: ci siamo dati alla fuga, ma il fenomeno è stato sociologicamente da vedere.

La gara si è svolta di sabato e prevedeva il giro del lago Moro, un piccolo lago incastonato in una valle. 8 km di saliscendi tra vigne e aziende agricole che io e Iron ci siamo gustati appieno, divertendoci moltissimo. Dal giorno successivo è partito il tour culturale!

A Capo di Ponte ci sono almeno 4 luoghi imperdibili da visitare, per comprendere appieno la magia delle incisioni rupestri: il parco archeologico nazionale delle incisioni rupestri di Naquane (quello più noto e dove non si può non andare), il suo gemello dei massi di Cemmo, il meno noto parco archeologico di Seradina-Bedolina e il Museo archeologico nazionale delle incisioni rupestri, dove sono conservati i reperti relativi alle varie aree che si possono visitare.

 


Noi, golosoni, abbiamo aggiunto la selvaggia e affascinante Riserva delle incisioni rupestri di Ceto, Cimbergo e Paspardo, ben gestita da ragazzi giovani e volenterosi e dove è possibile ammirare una delle rose camune (ce n’è una anche a Naquane, ma in un posto impervio e non visitabile).

In generale le incisioni rupestri sono incredibilmente affascinanti: alcune rocce sono letteralmente coperte di incisioni, che sembrano quasi sovrapporsi, come se i diversi “writers” ante litteram avessero ingaggiato una guerra di “tag”, altre sono quasi impercettibili e ti devi sforzare per ammirarle, nella loro leggerezza. In generale, rispetto ad esempio al museo di Alta, visitato in Norvegia due esatti fa, le scelte fatte rendono più difficile la lettura, ma sono anche filologicamente più corrette: non c’è il trucco della pittura rossa per far risaltare i segni e quindi sta all’osservatore aguzzare gli occhi e interpretare.

 


Tutti i parchi sono visitabili caninamente (con enorme gioia di Iron, che fa pesare il proprio amore per la cultura). Quello di Naquane ha anche aree da picnic e spazi attrezzati di ogni genere, non a caso le scuole ci vanno in massa! Alcune rocce qui sono davvero esaltanti, tra le altre c’è quella che è stata usata come logo per il trail cui ero iscritto, il cosiddetto “sacerdote che corre”. Quello di Ceto, Cimbergo e Paspardo ci ha profondamente affascinato: è una camminata nel bosco, inframmezzata da queste rocce incredibili, molte quasi inintelligibili, ma che si avvantaggiano dal proprio essere immerse nella natura selvaggia. E La Rosa canina, difficile da trovare, col suo mistero, fa il resto. La camminata è alla portata (quasi) di tutti, diciamo di chiunque sia abituato a passeggiate nei boschi con un minimo di pendenza. La potenza delle immagini e il peso della storia che si percepisce in queste pietre fa il resto. Il museo fa da complemento ai parchi e offre una comprensione più ampia della realtà delle incisioni rupestri, anche se resta un mistero il perché in questa zona siano così abbondanti (una delle ragazze dell’area di Ceto ci ha spiegato che una delle teorie riguarda la presenza della montagna maschio e della montagna femmina, collegate mirabilmente tra loro al solstizio, il che avrebbe fatto della zona una sorta di santuario naturale).

A complemento della gita, come bonus abbiamo visitato (sempre grazie alle tessere musei Lombardia, che è accettata in tutti i parchi tranne in quello di Seradina-Bedolina, che costa comunque solo 4 euro) anche l’accademia Tadini a Lovere. Museo notevole, con una perla di rara potenza espressiva, un bassorilievo di Canova dedicato al giovane figlio del Tadini, morto nel crollo di una parte della casa, da pelle d’oca. Anche il centro storico di Lovere è assolutamente meritevole e si lascia godere in tutta la sua bellezza, peccato solo il continuo passaggio delle auto sulla strada a bordo lago: perché non abbiamo mai il coraggio in Italia di decidere di chiudere al traffico veicolare? Senza auto la cittadina - che così è bella - sarebbe spettacolare e godibile. Peccato…

Un altro bonus notevole è stata la visita a un piccolo produttore di vino, precisamente la cantina Concarena, che si trova sempre a Capo di Ponte. Un ragazzo giovane e suo padre, l'amore per la terra, il desiderio di fare un vino più possibile sincero, mettendo anche a rischio i profitti per non accettare compromessi. La visita è stata davvero interessante, ci hanno portato nel vigneto e abbiamo assaggiato e comprato i vini che producono. Notevoli!

In definitiva, la Valcamonica e le sue incisioni rupestri sono una gita da fare assolutamente… ho avuto ragione a desiderarla per quasi 48 anni!

#iviaggidivanesio vol. 21: Capodanno a Bordeaux, Paesi Baschi francesi e capatina in Spagna

Il post-Natale e il capodanno 2024 ci hanno visto viaggiare verso la Francia e più precisamente verso Bordeaux: durante l’estate avevo visto delle foto della Duna di Pilat e avevamo deciso che non era possibile non vederla! Alla consueta formazione si aggiunge per questo viaggio la Noce, la quale mal tollera (eufemismo) i botti del 31 dicembre e a cui avevamo garantito tranquillità assoluta (spoiler: ce l’abbiamo fatta!)
Con l’età che avanza non riusciamo più a partire appena alzati da tavola dopo le abbuffate di Natale e Santo Stefano, decidiamo per un approccio più rilassato e partiamo il 28 all’ora di pranzo. Mentre decidiamo - park4night alla mano - dove passare la notte, il nostro sguardo cade su un cartello stradale, che ci avvisa della nostra vicinanza a Lascaux: nessun dubbio! Ci fermiamo a dormire in una delle spettacolari aree di sosta francesi (io mi chiedo ogni volta come fa un francese che viene in Italia a non vomitare quando vede i nostri autogrill indecenti…le aree di sosta francesi sono pulite, ampie, comode, confortevoli, piene di verde e di tavolini per il picnic non cosparsi di monnezza…) e decidiamo che il giorno dopo ci saremmo tolti questo sfizio che da anni abbiamo: prenotiamo al volo i biglietti su internet e fissiamo il nostro ingresso alla grotta per le 11,45.


La grotta di Lascaux è uno dei più antichi esempi di arte parietale che si conosca, datata circa 17500 anni fa (Paleolitico superiore). Dopo la sua scoperta negli anni 40 la grotta venne aperta al pubblico, col risultato che a causa del nostro respiro e del nostro calore si stava potentemente deteriorando, è quindi stata chiusa al pubblico per preservarla. Quello che si visita è quindi Lascaux II e Lascaux IV: la prima è una riproduzione fedele al 90% realizzata da National Geografic negli anni ‘80, la seconda è ancora più fedele e costituisce il fiore all’occhiello di un nuovo museo, il Centre International de l’Art Pariétal, aperto nel 2016. Questo è il sito che abbiamo potuto visitare, restando letteralmente a bocca aperta, perché ricostruisce sia a livello di forma sia a livello di dipinti la grotta originale. Visita bellissima, con audioguida anche in italiano: vale ogni euro dei 21 che costa l’ingresso, esperienza meravigliosa! Prima della visita Iron e Noce (più che altro Iron) avevano anche fatto i cani delle caverne, correndo sul pratone antistante il museo: i cani ovviamente non possono entrare nel museo, ma c’è ampio spazio per scorrazzare davanti…


In direzione Bordeaux facciamo una seconda sosta per un altro sito patrimonio dell’umanità, ovvero il chiostro di Cadouin, mirabile opera di gotico fiammeggiante, che ci lascia davvero incantati. Ripartiamo e arriviamo a Bordeaux, nell’unico campeggio aperto in inverno, dove veniamo accolti da una considerevole dose di fango e da una piccola disavventura: alla reception ci indicano una piazzola non lontana dai bagni, che però si rivelano essere chiusi a causa di un allagamento! Non avendo né il water né la doccia su vanesio la questione si fa critica…per fortuna c’è un altro blocco servizi (quello principale) che è anche ben riscaldato: alla reception non sapevano che gli altri fossero allagati. Il campeggio è molto particolare, con una serie di laghetti artificiali su cui affacciano gli chalet che è possibile affittare, molto simpatico passeggiare costeggiando i vari piccoli laghi! Ci spostiamo in una piazzola vicina ai caldi bagni e ci dedichiamo a una cena da van.
 


Il 30 dicembre passiamo al piatto forte della nostra gita: la Duna di Pilat. Si tratta di un fenomeno naturale che lascia senza parole: lunga circa 3 km, alta 100-110 metri (a seconda del momento) e larga 600 metri, 60 milioni di metri cubi di sabbia finissima, con vista sul bacino di Arcachon e sull’oceano, camminare sulla duna è un’esperienza meravigliosa. Arrivando c’è un enorme parcheggio (molto economico, tra l’altro), con bagni, vari snack bar e qualche informazione turistica, poi si sale sulla duna! D’estate montano una scala di legno, d’inverno si deve fare affidamento sulle proprie forze - cosa non banale sulla sabbia! - per arrivare in cima. Da lì si apre la possibilità di passeggiare, seguendo il profilo alto della duna oppure scendendo verso il mare. Abbiamo visto anche bambini scendere con delle specie di bob! Quasi tutti i turisti si fermano ad ammirare il panorama dalla cima, quindi se si sceglie di camminare verso sud si può godere praticamente in solitaria di questo spettacolo naturale. I canetti si sono divertiti in lungo e in largo, correndo a perdifiato su e giù per il pendio, fino ad arrivare alla spiaggia sottostante…dove abbiamo visto (arenate) le meduse più enormi in cui ci siamo mai imbattuti, con diametri che arrivavano a misurare anche 50-60 cm! Rabbrividiamo e decidiamo che - anche se Iron ha continuato a chiedere di poterlo fare - non sia opportuno lasciarlo tuffare in acqua, proseguiamo la passeggiata e dobbiamo alla fine ri-scalare la duna per tornare al parcheggio: 7 km nella sabbia si rivelano molto più stancanti di quanto immaginassimo! C’è giusto il tempo per una visita lampo ad Arcachon - coronata da un fallito tentativo di mangiare le ostriche…ma mi rifarò!, e poi via verso il campeggio di Le Bilos. 


Si tratta del campeggio dove abbiamo deciso di passare due notti, compresa quella del 31, perché viene descritto da park4night come estremamente tranquillo e in mezzo a una foresta. Ecco, mentre percorriamo la strada per arrivarci, capiamo che “estremamente tranquillo” quasi non renda giustizia a questo posto: si tratta veramente di un campeggio al centro di una foresta circondato da quello che non è possibile chiamare paese, Le Bilos. Sono 4 case di numero, probabilmente il numero di mucche è largamente superiore a quello delle persone. Ciò detto, il campeggio è magico: un po’ datato, ma tenuto molto bene, con i bagni orgogliosamente puliti e super riscaldati. Di notte non c’è una luce per molti km - il che ci consente di ammirare stellate degne di questo nome e ci costringe a renderci ridicoli andando in bagno con la cosiddetta “luce cerebrale”, ovvero la lampada frontale. Da dietro il campeggio è possibile accedere direttamente nella foresta, per una passeggiata immersi nella natura…facendo però attenzione ai cacciatori: abbiamo infatti sentito qualche sparo e siamo rientrati di corsa!


Il 31 dicembre lo passiamo ammirando la duna dall’altra parte, ovvero dal lato dell’oceano: andiamo infatti a Cap Ferret, spiaggia con vista sull’oceano da un lato e sul bacino di Arcachon e sulla duna dall’altro. Da un lato infuriano i venti e onde spaventose - oltre ad un altro sistema di dune meno imponenti ma ugualmente spettacolari - dall’altro calma piatta e barche in secca a causa della bassa marea. Anche qui ostriche a go-go, ma in questa stagione è possibile comprarle ma non degustarle sul posto, il che è un problema, visto che non le so aprire, e non voglio provarci, essendo affezionato alle mie dieci dita. 
Per preservare la salute mentale dei nostri cani, torniamo a Le Bilos prima che inizino i fuochi d’artificio e ci prepariamo un cenone di San Silvestro memorabile, con cotechino italiano e champagne francese acquistato all’Intermarché - il nostro supermercato francese preferito - di cui io ho anche la tessera soci! Si odono in lontananza forse 4-5 petardi, dopo la mezzanotte, ma complice il sonno, anche Noce dice che non valgono alcuna preoccupazione e - come mi dicono i vicini di piazzola il giorno dopo - bonne année e bonne santé! A proposito dei vicini di roulotte… un certo numero di essi vive nel campeggio: persone di una certa età che hanno deciso di andare a vivere a Le Bilos, accontentandosi di una roulotte e una veranda e godendosi uno splendido isolamento. La cosa mi affascina e non poco, lavando i piatti chiacchiero con un paio di loro e provo una certa invidia! 


La mattina del primo dell’anno è dedicata a Bordeaux: torniamo al campeggio in città in mattinata, lasciamo le belve a dormire su vanesio e andiamo in città coi mezzi pubblici, precisamente un comodo autobus che ci lascia in pieno centro. La città è molto bella e all’inizio praticamente deserta (come è normale al primo dell’anno), poi piano piano si riempie e si lascia godere anche nella sua versione animata, con Rue Sainte Catherine decisamente vivace. Purtroppo lo specchio d’acqua antistante Place de la Bourse è vuoto, quindi non possiamo godere dello spettacolo riflesso dell’imponente palazzo della Borsa, ma ce ne facciamo una ragione. Proviamo i famosi cannelé, dolce tipico locale e siamo pronti per tornare in campeggio.


La mattina del 2 visitiamo la Cité du vin, edificio a forma di decanter totalmente dedicato al vino, che è ovviamente fondamentale in questa città. Non facciamo la visita completa (di mattina non si presta a un’ubriacatura assicurata!) ma io sono andato a vedere e fare qualche acquisto nella cantina (la Cave), che è la più grande del mondo, con oltre 800 etichette che provengono da dovunque si produca vino. Un luogo iconico!! Da lì muoviamo verso i Paesi Baschi francesi, con le città di Bayonne e Biarritz. 
  



Due posti diversi, ma entrambi bellissimi: Bayonne ha la perfetta dimensione della cittadina francese, con le mura, le case a graticcio, le vie animate, il fiume che la percorre… Biarritz ha la potenza dell’oceano che la sferza, una scogliera selvaggia, una spiaggia-belvedere e una serie di case che somigliano a castelli: non a caso veniva definita la regina delle spiagge e la spiaggia dei re, perché tutta la nobiltà europea veniva qui al mare! Troviamo un bel campeggio a Urrugne e ci ricarichiamo dopo una giornata intensa: il giorno seguente abbiamo infatti pensato di attraversare i Pirenei per andare in Spagna! La cosa ha origini antiche: nel lontanissimo 2006 avevamo fatto un lungo giro della Spagna e del Portogallo ed eravamo passati da Huesca. All’epoca però Internet non era ciò che è oggi e i social esistevano a malapena: eravamo così passati a pochi km da San Juan de la Peña senza sapere della sua esistenza, salvo scoprirlo al nostro ritorno e mangiarci le mani vedendo le foto di questo monastero incastonato nella roccia. Quindi, è tempo di rimediare! La mattina si apre prima con la visita al bel forte di Socoa, a pochi km dal campeggio. Una specie di barriera artificiale blocca la furia dell’oceano, creando una baia calma e sabbiosa a una cui estremità troneggia la torre del forte. Da qui è possibile ammirare l’oceano che abbatte le sue onde sulla diga creata dall’uomo, un vero spettacolo! Iron e Noce corrono sulla spiaggia e così si fa ora di pranzo…ed ecco finalmente il tanto atteso pasto con le ostriche, ma già che ci siamo esagero e mi dedico a un plateau royal: ostriche, aragostine, gamberi e bulots, delle lumache di mare buonissime che avevo già provato a Cancale. 
 


Con la pancia piena ci mettiamo alla guida e scavalliamo i Pirenei verso la Spagna, arrivando in serata a Jaca, dove troviamo un campeggio stranissimo, che si sviluppa in lunghezza su un solo asse, con le roulotte - quasi tutte stagionali - disposte in fila. La proprietaria tiene molto alla sua erba (e fa una rognata impressionante ai nostri vicini, rei di aver parcheggiato il loro van sul prato e non su dei binari di autobloccanti appositamente predisposti) e in generale al suo campeggio, che è letteralmente costellato di cartelli con le cose vietate e quelle da non fare. Prima di cena gita al supermercato locale - il mitico Mercadona - a comprare jamon serrano e le deliziose acciughe del cantabrico. Uno degli aspetti che amo di più di viaggiare è visitare i supermercati locali alla scoperta dei loro prodotti, e nei paesi che abbiamo già visitato ho alcuni appuntamenti imprescindibili!
 


La mattina seguente percorriamo la trentina di km (molto in salita) che ci portano al monastero di San Juan de la Pena ovvero della roccia, perchè l’antico monastero, che risale al X secolo è letteralmente incastonato nella roccia del monte Pano, che gli fa da parete e da tetto. La visita è davvero bella e il luogo lascia incantati, con questo enorme masso che incombe sopra alla meraviglia degli ambienti, su cui svetta il chiostro romanico coi suoi capitelli istoriati. La visita prosegue al monastero superiore, costruito nel 1600 e di cui oggi si visitano le rovine con un allestimento museale a dir poco magnifico: pavimenti di vetro da cui si osservano i resti del monastero e un ottimo percorso didattico. Il tutto circondato da un altopiano sorvolato da grandi uccelli rapaci (Noce non gradisce l’arrivo di due gipeti - o erano gheppi? - non appena scende dal van, e immediatamente chiede di risalire, anche perché nella zona, verso il monte Oroel vengono segnalate anche le aquile reali!). Tornando a valle si visita il piccolo e bel paesino di Santa Cruz de la Serós con la sua brava chiesetta e si torna poi a Jaca. Qui ammiriamo la cittadella, col suo fossato in cui albergano belli paciosi un certo numero di cervi e ci dedichiamo a una deliziosa tortilla, prima di riprendere la via della Francia. 
La deviazione in Spagna valeva assolutamente la pena: il monastero è uno di quei monumenti che non si dimenticano facilmente, un vero capolavoro in perfetta armonia tra ambiente costruito e realtà naturale. 
 


Da questo momento parte ufficialmente il viaggio di ritorno, con un’ultima sosta in una bella area camper in riva alla Garonna, dove ammiriamo aironi a tutto andare, acquistiamo formaggi e salsicce e succhi di frutta prodotti dai contadini locali in una sorte di bancomat fermière e per festeggiare degnamente l’epifania facciamo incetta di galettes des rois, il dolce francese che celebra i Re Magi. Si tratta di una torta in cui è celata una figurina: chi la trova ha diritto a indossare la corona del Re Magio, ci sarà da divertirsi anche una volta tornati a casa!
Per un breve riassunto abbiamo imparato che: saremo gallofili, lo sappiamo, ma la Francia è una nazione meravigliosa, non ci sono santi. I cugini hanno tanto, tra bellezze naturali e non, e sanno valorizzare il tutto in maniera impeccabile. Avremmo moltissimo da imparare, sotto molti aspetti. 
I campeggi aperti d’inverno sono molti di più di quelli che ci sono in Italia (dove è davvero difficile trovarne, tranne che in montagna) e sono tendenzialmente, ma già lo sapevamo, molto puliti e a prezzi contenuti. Il problema economico si ha per gli acquisti… tra vino, formaggi, spalmabili vari, sidro, dolci, eccetera è impossibile contenersi! 


E per finire…Anna non ha battuto il suo record di pain au choc mangiati in un giorno, ma si è comunque ben difesa!
Vive la France… et à bientôt, visto che a marzo saremo qui ancora coi nipoti!

venerdì 10 maggio 2024

Il canto del profeta - Paul Lynch

 Libro dell’anno!


Per me questo è il libro dell’anno (almeno fino a ora): doloroso, molto doloroso, ma davvero vicino all’idea di capolavoro. Iniziamo con la scrittura, da un lato è quasi un flusso di coscienza, asciutto, coi dialoghi strettamente integrati nella narrazione, dall’altro però ha una ricercatezza, una scelta di ogni singolo termine, un’eleganza notevolissima. Peccato non leggerlo in lingua originale, ma bisogna fare i complimenti al traduttore per il lavoro che ha fatto. Poi c’è la storia: una distopia che di primo acchito può apparire fuori da ogni possibilità logica, ma se poi ci pensi bene non è così lontana da ciò che sta accadendo in questi ultimi anni. La democratica Repubblica d’Irlanda, nel cuore dell’Europa che cade nella tentazione di un governo autoritario e antidemocratico? La fragilità delle istituzioni e dei meccanismi di protezione che dovrebbero evitare tale deriva? La possibilità di una guerra civile in Europa? La disumanizzazione che può portare con sé? C’è tutto, e ho trovato affascinante anche la totale mancanza di dettagli sulla svolta autoritaria, è un fatto che sta di sottofondo alla storia, concentrata su una famiglia normale, coi suoi problemi quotidiani. Il finale stringe molto forte il cuore, il libro in generale è assolutamente da leggere. Grazie Luigi per avermelo suggerito!

5 stelle senza se e senza ma: capita raramente alla mia età, purtroppo, che un libro mi costringa a non dormire per finirlo!

sabato 3 settembre 2022

Non lasciarmi - Kazuo Ishiguro

Bellissimo, inquietante, commuovente

Un libro che mi ha colpito profondamente, mi ha commosso, mi ha inquietato. L’ho letto rimanendo catturato dall’idillio un po’ misterioso dell’inizio e scoprendo sempre un pezzo di più, assieme ai protagonisti, restando attonito mentre procedevo. Ho immaginato le vite di Kath e Tommy e degli altri donatori, ho immaginato le loro sensazioni mentre vivono le loro vite, mentre si accorgono di essere “povere creature”, accettando un destino che a noi pare inaccettabile. Alla fine ovviamente gli occhi mi si sono riempiti di lacrime: è un libro veramente bello, scritto in maniera mirabile, profondo e disturbante, come sempre quando il futuro distopico che viene descritto in un racconto si discosta di pochissimo dalla realtà che conosciamo. Questa vicinanza che però è al contempo separazione mi da sempre una sensazione perturbante, anzi, come direbbe Freud una sensazione di Unheimlich, di inquietante estraneità. Succede sempre quando leggo questi romanzi in cui le situazioni sono molto simili a quelle che conosciamo ma c’è uno scostamento minimo, di qualche dettaglio, che rende tutto disturbante. Mi era capitato anche - per fare un esempio - con 1Q84 di Murakami.

Certo non sono io a scoprire Kazuo Ishiguro, premio Nobel per la letteratura…ma la mia personale scoperta di questo autore, iniziata con Klara e il sole prosegue regalandomi soddisfazioni.

5 stelle per me

giovedì 14 gennaio 2021

Figure - Riccardo Falcinelli


Considerando che tutti noi abbiamo massicciamente a che fare con le immagini, siano esse statiche o in movimento, in maniera sempre più continuativa e costante, e considerando anche che come tutti i linguaggi le immagini vanno interpretate e comprese, credo che la lettura di questo libro possa essere utile a chiunque. Perché a volte dietro ad aspetti della cultura visiva che oramai diamo per scontato c'è molto di più. Perché capire come funzionano le immagini oggi somiglia sempre di più a capire come funziona il mondo. Perché è un libro scritto davvero bene, capace di affascinare e appassionare, sia coi suoi testi sia col suo apparato iconografico (ovviamente corposo).

Insomma: credetemi, è un libro che va letto e gustato!

Una sola citazione, che conclude il libro, per dare l'idea...e farvi venire voglia di leggerlo:

"C'è però anche un altro motivo per cui capire le immagini può essere importante. Guardiamo per conoscere, per ottenere, per desiderare, per mangiare o per accoppiarci. Ma quando stiamo guardando per il piacere di guardare, senza altri fini, ecco che le immagini possono farsi tramite per un'esperienza spirituale. Credo infatti che la contemplazione estetica sia una forma di preghiera, specialmente per chi non crede in Dio. Di fronte alla perfezione di immagini complesse si può sentire, forse in modo illusorio, che tutto torna, che la vita ha una sua sensatezza."

5 stelle, senza se e senza ma


domenica 6 gennaio 2019

#iviaggidivanesio vol. 2: post-Natale a Madrid

Il primo viaggio serio di Vanesio è di quelli veramente impegnativi: rotta verso Madrid! Alcuni anni or sono, in epoca pre-Uran avevamo acquistato biglietti aerei e prenotato un albergo per la capitale spagnola per un ponte del 7-8 dicembre ma poi (quando si dice la fortuna...) c’era stato un mostruoso sciopero dei controllori di volo, piloti, personale aeroportuale e compagnia cantante e il nostro viaggio era saltato. Da allora abbiamo conservato il desiderio di andare a vedere dal vivo Guernica e tutto Goya (i miei 25 lettori possono per loro fortuna solo immaginare la mia imitazione del Mayo desnudo...) e così eccoci pronti alla partenza!

27 dicembre
Dopo i due giorni della pappa (25 e 26 dai rispettivi genitori in una maratona mangereccia di grande soddisfazione, che peraltro ha lasciato in eredità al nostro frigo a pozzetto scorte alimentari che ci consentiranno di sopravvivere...anche a un inverno nucleare!), ci mettiamo in marcia il 27 dicembre nel tardo pomeriggio. I km previsti sono 1600, ne facciamo poco più di 600 arrivando a Montpellier nella notte. L’autogrill francese (sempre molto belli e attrezzati, in generale, con bagni abbastanza pessimi nel caso specifico) ci accoglie ma soprattutto ci ristora con un oggetto che non avevo mai avuto il piacere (?) di vedere: la zuppa da macchinetta del caffè. Avete presente i distributori automatici di caffè? Ecco nell’autogrill di Montpellier potete trovarne uno che anziché erogare caffè...eroga zuppe! Potete qui ammirare la foto di una fantastica potage aux poireaux e una aux 8 legumes in atmosfera natalizia!

In realtà il sapore era meno peggio di quanto temessimo, e ci ha mandato a dormire con qualcosa di caldo nello stomaco, considerati i 2 gradi esterni...ma noi non temiamo nulla: non alzando il tetto e accendendo la fiammatina su 18 gradi si dorme come infanti!

28 dicembre
Al mattino, dopo la giusta dose di pain au chocolat (minimo 3) e un ottimo caffè non dell’autogrill francese, notoriamente da evitare come le peste, ma della nostra bialetti, si riparte. Road to Madrid! Il viaggio è lungo, e la tentazione di fermarci in Catalogna, dove troviamo 18 gradi è forte, ma alternandoci alla guida riusciamo ad arrivare in serata al camping Alpha, un luogo molto particolare, uscito direttamente dagli anni ‘40, ma tutto sommato pulito e comodo (c’è un autobus, il 447, che porta direttamente in città alla fermata della metro di Legazpi, lo sperimenteremo massicciamente nei giorni successivi). L’unico difetto sono i bagni non riscaldati, il che rende le soste tecniche ai box molto rapide. Inoltre manca l’acqua calda per i piatti, ma ovvieremo col vecchio trucco Jedi di lavare i piatti sotto la doccia, che è invece caldissima.

29 dicembre
Iniziamo il nostro tour di Madrid abbandonano il povero Uran su Vanesio (non si lamenta, invecchiando dorme parecchio...) e prendendo il mitico bus 447 che porta dal campeggio a Legazpi, quindi a una fermata della metro. Gli orari - che ci hanno consegnato gentilmente in campeggio - sono affidabili come le previsioni meteo a 15 giorni: praticamente andando alla fermata a caso si ha la stessa probabilità di beccare un autobus che si ha guardando gli orari. Facciamo la tessera turistica della metro, con 35 euro abbiamo la possibilità di prendere qualsiasi mezzo pubblico per 7 giorni. Tra l’altro la metro a Madrid funziona molto bene: va ovunque, è molto affidabile e ne arriva una dietro l’altra. Molto consigliata!
La prima tappa, approfittando di una giornata di sole stupenda e di un clima decisamente più mite di quello milanese (poi dice che gli spagnoli vivono molto la città, grazie, con 14 gradi a fine dicembre...) è il Parque del Retiro, che è stracolmo di persone che passeggiano, discutono, prendono il sole vicino allo stagno, o fanno un giretto in barca. Noi vogliamo vedere il Palacio de Cristal, un’incredibile struttura vittoriana in vetro e metallo, realizzata a fine 800. Oggi ospita mostre temporanee del Reina Sofia, ma la mostra che vediamo è dimenticabile, mentre la struttura in sé vale la visita. Giochi di luce e trasparenze, affascinante. Cercando di entrare scopriamo quello che sarà un leitmotiv di tutta la vacanza: Madrid è piena di gente, quindi la coda è all’ordine del giorno, in alcuni casi di proporzioni bibliche...
 
Attraversiamo il parco e andiamo a vedere il Caixa forum, una ex centrale elettrica che gli architetti Herzog & De Meuron hanno trasformato in uno spazio espositivo. Il rapporto tra l’architettura precedente, quella attuale e del complesso con la zona (ad altissima densità artistica) lascia a bocca aperta.



Ci spostiamo poi verso la Puerta del Sol, una delle piazze iconiche di Madrid, dove però siamo ancora vittime della folla: la statua dell’orso e del corbezzolo, uno dei simboli della città, si vede a malapena, nascosta dal delirio di gente. Tentiamo di spostarci verso la storica Chocolateria San Gines, ma anche qui è letteralmente impossibile entrare...ci consoliamo molto degnamente assaggiando i nostri primi churros con chocolate alla churreria Las Farolas, poco distante. Molto buono, soprattutto la cioccolata, che è molto densa, come la faceva la nonna Santina...Anna prende invece un gigantesco churro ripieno di crema de leche, golosissimo!


Mentre scende la sera (e la temperatura, c’è una notevole escursione termica), proviamo a vedere se sia possibile entrare gratuitamente al Reina Sofia, che ogni sera, dalle 19 alle 21 offre l’ingresso a tutti i visitatori. La coda alle 18,30 fa il giro della piazza, ci sembra senza senso fare una fila mostruosa per poi poter stare dentro 10 minuti (se va bene, perché non saremmo entrati prima delle 20,30 ad occhio...)
Ovvieremo facendo la tessera Paseo del Arte, che per 27 euro permette di visitare i tre grandi musei di Madrid: Prado, Reina Sofia e Thyssen-Bornemisza.



Per non concludere la giornata senza una nuova dose di bellezza, andiamo a vedere il Temple de Debod, un meraviglioso e conservatissimo tempio egizio che è stato donato alla Spagna per evitare che venisse distrutto durante la costruzione della diga di Assuan. Ora fa bella mostra di sé nel Parque del Oeste, purtroppo la visita dell’interno non era possibile in questo periodo causa lavori. Ma già vederlo da fuori fa venire voglia (eccome!) di andare in Egitto. Prima di tornare in campeggio, passeggiamo nella Gran Via e facciamo un po’ di spese (anche entrando nel girone infernale di Primark, nel delirio più assoluto) e scopriamo la nostra nuova droga ufficiale, la bottiglia di Gazpacho fresco che vende El Corte Ingles. Se all’andata il 447 non ha pesato, al ritorno, dopo 15 km di passeggiata appare come un incubo e così ci imborghesiamo e prendiamo un comodo taxi da Legazpi. Uran ci aspettava bello e dormiente, ci festeggia, passeggiatina e cena in camper. Che giornata, che città!

30 dicembre
Una delle cose imparate ieri è che le distanze a Madrid sono mostruose: la città soffre di monumentalità e anche tre fermate di metro possono corrispondere a mezzora di cammino...così la passeggiata in giro per la città risulta sempre piacevole ma abbastanza massacrante. Oggi giornata dedicata ai musei: passeggiamo verso il Thyssen-Bornemisza e ci dedichiamo alla visita di questa notevole collezione. Non ci sono capolavori, è vero, ma l’intero museo è molto piacevole: per ogni artista c’è un quasi-capolavoro. E la collezione è molto ben organizzata, il che non guasta, soprattutto se lo si confronta col museo che visitiamo subito dopo ovvero il Reina Sofia. Iniziamo col dire che l’edificio è stato restaurato in maniera meravigliosa, con grandi ascensori di vetro in facciata che lo valorizzano. Continuiamo col dire che è un museo che di fatto regge su un unico capolavoro (e che capolavoro!): Guernica. Per il resto...diciamo che non è esattamente indimenticabile. Infine la disorganizzazione regna sovrana: alla domenica l’ingresso è gratuito, il che significa code sesquipedali. Immaginavo che, avendo il biglietto del Paseo del Arte (pagato) tale coda si potesse evitare. Non è cosi e solo la nostra capacità di rompere le scatole e la disponibilità di uno dei ragazzi all’ingresso (dopo che due ci avevano già detto di no) ci fa evitare la coda per entrare. Il museo è organizzato per collezioni e non con un criterio cronologico o per autore, il che lo rende di difficile fruizione...ma Guernica è da sindrome di Stoccolma, incredibile, iconico, commuovente. Uno spettacolo indimenticabile!

 
Due musei in una mezza giornata stroncherebbero chiunque: usciamo con una fame da lupi e per fortuna ci imbattiamo in una vera e propria istituzione spagnola, che già avevamo sperimentato a Barcellona (e che ha aperto anche a Milano, ma non l’ho mai provato “a casa”): 100 montaditos. Il montadito è un microscopico panino imbottito, e come dice il nome ne hanno 100 tipi diversi. Costo bassissimo (la domenica tra l’altro ogni montadito costa solo un euro) e grande soddisfazione perché i paninetti sono ottimi e ben riempiti (per sfamarsi ne occorrono da 4 a 6 a testa, a seconda di quanta fame si ha). Li accompagniamo, anche se è inverno, con una tipica bevanda estiva, il tinto de verano, cugino povero della sangria, piacevole da bere in una giornata d’estate (verano, in spagnolo)...ma che ha il suo perché anche in una giornata invernale da 16 gradi!
 
Per concludere la giornata visitiamo (da fuori, non siamo pronti per più di 2000 stanze...) il Palacio Real e la Cattedrale di Almudena che lo affianca. Cattedrale deludente, con l’esclusione della cripta, piuttosto curiosa, con tantissime colonne (ma è una cripta recente, non un sotterraneo medievale!). Nota interessante: per la prima volta in vita mia vedo due messe in contemporanea su due piani (una nella Cattedrale e l’altra nella cripta, nello stesso momento!) e l’utilizzo delle slide durante la messa! Nella navata sono disposti alcuni schermi che proiettano immagini durante la funzione. Mah...

31 dicembre
Non sapendo come sia la situazione botti di capodanno in Spagna, decidiamo per un‘escursione mattutina che si concluda nel primo pomeriggio, in maniera da tornare prima di sera in campeggio e fare sostegno psicologico al povero cane nero Uran in caso di effetto “festa di piedigrotta” (in realtà Uran non ha nessun timore dei fuochi d’artificio e il campeggio è in un non-luogo a Getafe in mezzo a enormi capannoni industriali, quindi senza persone che possano sparare petardi, ma non si sa mai e soprattutto Anna ha invece molta paura dei botti e ama usare la scusa di Uran...).

 
Vincendo la mia paura dell’altezza o meglio assecondando il mio rapporto ambivalente odi-et-amo per il genere, sperimentiamo il Teleferico, una funivia che va dal Parque del Oeste a Casa de Campo, una piccola altura che sorge su questo enorme parco cittadino. Si tratta di una gita simpatica che permette di vedere una zona di Madrid dall’alto, in particolare la zona del Palacio Real. Una volta arrivati in cima si possono fare delle passeggiate, c’è uno zoo e un gigantesco parco di divertimenti, ma noi vista la lunga coda che osserviamo dal Teferico optiamo per una soluzione un po’ folle: restiamo in cabina e torniamo immediatamente!
Ci rechiamo poi nella zona più moderna di Madrid, ovvero il Paseo de la Castellana, dove sono concentrati alcuni interessanti grattacieli moderni, molto belli e fotogenici. I più particolari sono le Torri di Kio, due grattacieli fortemente inclinati (di ben 14 gradi!) che convergono verso il centro della strada. Impressionanti! Prima di fare ritorno in campeggio, per il cenone su Vanesio, tappa obbligata al Corte Ingles per il gazpacho, da cui siamo oramai totalmente dipendenti.
La giornata di sole è piacevole, Getafe ha lunghe strade diritte...decido di farmi i miei bravi 5 km di corsa, che risultano particolarmente complessi dopo tre giorni in cui camminiamo in media più di 10 km al giorno...ma che soddisfazione!
La serata è molto tranquilla, con fatica arriviamo alla mezzanotte, un vero capodanno degli eccessi!

1 gennaio
Approfittando della giornata in cui tutte le attrazioni di Madrid sono chiuse, decidiamo per una gita fuori porta: Toledo!
 
Parcheggiamo in un comodo parcheggio gratuito ai piedi della città, per poi salire utilizzando le scale mobili. Toledo è un gioiello, in cui architetture e luoghi di culto delle tre religioni monoteiste convivono fianco a fianco, perfettamente integrate. Purtroppo chiese, moschee e sinagoghe sono chiuse per il capodanno, ma vale comunque la pena di ammirarle dall’esterno. La cittadina è piccola e tutta in salita, con dettagli architettonici tutti da ammirare, gironzolando a piedi, anche grazie alla giornata di sole caldo. La scoperta gastronomica di oggi è la tortilla magra, ovvero una tortilla (frittata) con patate e pezzi di prosciutto, con cui viene farcito un panino clamoroso (bocadillo): delizioso!
Siccome il giorno seguente pianifichiamo di visitare Aranjuez, decidiamo di dormire direttamente là, scoprendo una campeggio (International camping de Aranjuez) che fa schizzare molto in alto l’isolinometro, ovvero il nostro misuratore di qualità dei campeggi, che usa come benchmark il camping Isolino di Verbania. Passare dal camping Alpha di Getafe a questo è una grande gioia, in particolare per i bagni con riscaldamento che va a manetta e la presenza, vezzosissima, di musica in bagno e ai lavapiatti che consente di fare i propri bisogni al ritmo di Macarena e lavare le stoviglie canticchiando gli Aerosmith (cose realmente accadute!)

2 gennaio
Se Madrid è enorme perché monumentale, Aranjuez non è da meno: le distanze da colmare a piedi sono...significative! Il campeggio sorge sulla riva del fiume Tago, seguendo il quale si può arrivare al Palacio Real, la principale attrattiva della zona, in circa 15-20 minuti. A meno che si decida di seguire il Tago nella direzione sbagliata, ovvero verso la casa del Labrador, una sorta di dependance del palazzo reale che sorge in mezzo al giardino del Principe, accorgendosene dopo 20 minuiti di passeggiata (mea culpa, lo confesso!).
 
Arrivati (già stravolti) al Palazzo lo visitiamo: sicuramente molto piacevole per un appassionato di sette-ottocento e di monarchia spagnola...molto meno per noi, che completiamo la visita in maniera rapida, ben felici di essere scampati a quello di Madrid, che è 10 volte tanto! A questo punto mancano 40 minuti alla visita prenotata alla casa del Labrador (solo visite guidate, da prenotare in anticipo, noi avevamo preso i biglietti via Internet la sera prima): la passeggiatina nei giardini per arrivare dura poco meno. La guida che ci conduce è una signora molto severa e chiaramente ultra-monarchica che ci spiega con dovizia di particolari (peraltro solo in spagnolo, meno male che tra noi latini ci capiamo, non oso immaginare un olandese o un tedesco...) ogni singola stanza di questa casupola, dove si entra solo dopo aver indossato soprascarpe usa e getta come quelle che fanno indossare in reparti sensibili degli ospedali. La casa serviva ai reali per stare più rilassati rispetto all’etichetta che vigeva a corte ed è un susseguirsi di stanzette dove chiacchierare, giocare (c’è un biliardo) e mangiare. Non sono previste stanze da letto, perché veniva usata solo in giornata. Un altro posto bizzarro...con oggetti stravaganti (un tavolo di malachite, tantissimi orologi, carillon o macchine musicali, pezzi di mosaico depredati da ville romane e inseriti nei pavimenti, restauri dubbi, ecc...)
Noi e gli altri 4 ragazzi che hanno fatto la visita assieme a noi restiamo incuriositi da un orologio meccanico alto quanto una persona, che appare complicato e affascinante di cui la nostra lady di ferro ci dice meraviglie e chiediamo se sia funzionante. “Ovviamente”, ci risponde, ma è altrettanto ovviamente spento. “Ma c’è un video che lo mostra in funzione?” chiede uno dei nostri compagni di visita, ricevendo come risposta un seccatissimo “No! Non si possono fare foto o video qui dentro”. Guai a dubitare dei reali di Spagna!
Tornati in campeggio, decidiamo che il sole che splende ci obbliga a pranzare all’aperto: montiamo il nostro tavolino e ci facciamo una bella pasta asciutta da mangiare en plein air! A questo punto succede il dramma: il campeggio è molto popolato di gatti e Uran inizia a dare di matto (forse anche un po’ stanco di aspettarci in camper durante il giorno?). E siccome quando Anna e Uran litigano, quello che ci rimette è sempre il vostro adorato cronista, decido di stroncare per benino il nostro canide costringendolo a una bella passeggiatina di 10 km nel parco reale (notare la foto in cui lo si vede dimenarsi in una real aiuola)



L’effetto è quello sperato, torniamo a casa ben stravolti (io a fine giornata avrò percorso 22 km!), ma soprattutto carichi di empanadillas al tonno, recuperate in una panetteria in centro, che allietano la nostra serata! Invece per Uran oltre al danno la beffa: la sua pappa è sparita, causa ospiti non previsti, invitati da Anna in nostra assenza, quando il cane non c’è i gatti ballano!




Decidiamo di restare ancora ad Aranjuez: a mezz’ora a piedi dal campeggio c’è la stazione dei treni, con la linea c-3 che prevede corse molto frequenti (una ogni 15-20 minuti) che arrivano in mezz’ora direttamente a Puerta del Sol.
Eccoci quindi al prezioso consiglio se si vuole andare a Madrid in inverno e campeggiare (in camper, roulotte o per i più coraggiosi in tenda - occhio che di giorno fa caldo, ma la notte va sotto zero): mi sento di consigliare il campeggio ad Aranjuez. Si arriva in città in poco più tempo che da Getafe, ma con un unico mezzo, e il campeggio è infinitamente più confortevole e piacevole.

3 gennaio
Manca un solo museo dei tre compresi nel Paseo del Arte...e che museo! Il Prado ci attende, con le sue meraviglie! La linea c-3 ci lascia ad Atocha e da lì si passeggia fino al Prado. Come altri megamusei la sola struttura fa impressione, con questo palazzo enorme e il suo contenuto impressionante di opere d’arte. La piantina poi, con tutte le sale, toglie il fiato...ma la bellezza chiama e il suo richiamo è irresistibile: lo visitiamo da capo a piedi, godendoci i capolavori di cui è ricolmo. Io finalmente vedo dal vivo la Maya desnuda, che da tantissimo tempo desideravo ammirare, Anna resta affascinata da Las Meninas, che dal vivo ha una potenza espressiva inattesa. A mio avviso però la massima vetta si tocca con 3 maggio 1808: le fucilazioni alla Montaña del Principe Pio di Goya, che mi lascia davvero a bocca spalancata.
Se si ama questo autore, il Prado è un vero paradiso, perché permette di comprenderlo nel suo complesso (purtroppo sempre ordinato per collezioni e non cronologicamente), dalle opere giovanili a quelle ufficiali, da quelle private fino alla sua pittura negra. Inoltre anche la collezione di arte fiamminga è di livello altissimo, ricca e completa.
 
Detto questo, la visita nel suo complesso ci lascia con la lingua penzoloni: meraviglioso sì, ma anche un vero tour de force! Per riprenderci seguiamo un consiglio della guida del Touring e andiamo a pranzo in uno dei luoghi prediletti da Hemingway: la Cerveceria Alemana dove un buon bicchiere di rioja, qualche tapas e un bocadillo ci danno conforto. Per salutare Madrid, prima di iniziare il lungo viaggio di rientro che durerà i giorni seguenti, rifacciamo visita alla Puerta del Sol e facciamo ciao-ciao alla statua dell’orso e del corbezzolo.

Qualche considerazione conclusiva
In definitiva la scelta di venire a Madrid nelle vacanze di Natale si è rivelata vincente: il clima è molto più mite che a Milano, nonostante la forte escursione termica tra giorno e notte, la città è meravigliosa e vivace e i giorni a disposizione non possono essere, per una visita degna di questo nome, meno di 5-6, anche a causa delle grandi distanze. Con Vanesio è stato grande godimento, il nostro riscaldatore Eberspracher ci ha garantito notti al calduccio e piano piano iniziamo a capire come funziona la vacanza in van, prendendoci la mano. La scoperta pratica vincente della vacanza è stata la piastra a induzione Ikea che Anna mi ha regalato (https://www.ikea.com/it/it/catalog/products/00331627/), una vera bomba per abbreviare al massimo i tempi di cottura e per risparmiare sulla bombola del gas (grazie, sorella, anche per le pentole adatte!). Ovviamente funziona solo quando si va in campeggio e si utilizza la corrente elettrica, ma è davvero rivoluzionaria e fa molto glamping, campeggio di lusso e glamorous verso cui, invecchiando e imborghesendoci, viriamo sempre di più!
Il viaggio è molto lungo, ovviamente, ma col van quando si è stanchi si può sostare e dormire in maniera molto rapida, inoltre rispetto alla macchina, che quando è stracarica (ovvero sempre, in vacanza) rende complesso fare il cambio guida, con Vanesio è sempre possibile scambiarsi di posto evitando che uno dei due si debba sobbarcare troppe ore di guida. Ah, una scoperta non piacevole è che il van è molto sensibile al vento: in Francia abbiamo incontrato zone di vento forte e si è ballato parecchio; credo che col tempo prenderemo la mano, ma in ogni caso andando pianino si può ovviare al problema, ovviamente.
Mentre scrivo queste righe stiamo tornando a casa...e il mio unico pensiero è: dove e quando sarà il prossimo viaggio di Vanesio?
Per ora godiamoci questo e...
¡Hala Madrid!

Qualche foto del tour qui: