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domenica 8 marzo 2015

Quinta e ultima puntata: dal puntare al Casinò ad una puntatina a NewYork!

Ed eccoci arrivati, adorati 25 lettori all'ultimo episodio di questo viaggio di lavoro per la conferenza SITE2015, che ho cercato di raccontarvi usando queste pagine (o questi post?).
La conclusione dell'avventura si preannuncia cerebralmente precaria: sono ad una bancone di un bar all'aeroporto JFK di New York, mentre sorseggio l'ennesimo caffé-beverone nella speranza di stare sveglio fino all'imbarco del mio volo. Non dormo in un letto da circa 36 ore, quindi portate pazienza!

Dunque come sapete ho abbandonato la folle città di Las Vegas e sono arrivato stamattina alle 5,30 (dopo aver dormicchiato in volo, per fortuna, ma in posizione piuttosto scomoda e precaria avendo di fianco una signora che condivideva con me un aspetto fisico diciamo cicciottello). Ho recuperato la mia valigia, l'ho portata al deposito bagagli - se vi dovesse servire se ne trovano uno al terminal 1 e un altro al terminal 4 - dove per 11 dollari si sono occupati di custodirla e mi sono lanciato verso la grande mela. Prima però di consegnare la valigia c'è stato il prestigioso momento "interrail": nel bagno dell'aeroporto ho provveduto a cambiarmi maglietta (da maniche corte a lunghe), maglione (da cotone a lana), calze (da corte a lunghe) e - udite, udite - pantaloni, da leggerini a vellutino, per finire con il passaggio da una giacchettina leggera antivento ad un giaccone bello imbottito - sempre sia lodato, perché mi ha salvato. Ho lavato i denti, la faccia...insomma, sembravo un po' un homeless, ma la cosa è stata persino divertente. 
Per fortuna La mattina era meravigliosa e tersa, ma la temperatura proibitiva: un simpatico -10, grazie giaccone perché mi proteggi, grazie santa e saggia moglie per avermi ficcato in valigia guanti e berretto di lana/pile! 
Primo suggerimento furbo: dal jfk un meraviglioso trenino (airtrain) conduce il viaggiatore alle stazioni della metro Howard beach sulla linea A oppure Jamaica station sulle linee E, J, Z. Comodo, no? Si, ma lunghissimo... e allora il trucco del giorno è, una volta arrivati a Jamaica station, quello di prendere il treno LIRR fino alla Penn Station, in pieno centro di New York. Ci mette solo mezz'ora (contro l'ora e mezza circa della metro, ho fatto il confronto al ritorno).
Ah un'altra cosa: questi cornuti della MTA (che sarebbe l'ATM-like di New York, giusto con qualche linea e un filino di efficienza in più...) hanno eliminato il biglietto giornaliero. Per cui se si sta un giorno solo a New York conviene fare la Metrocard pay-per-ride da 10 $, che a me è abbondantemente risultata sufficiente. Ciò detto, dalla Penn Station non sono neppure uscito (anche se fremevo...) e mi sono diretto con la metro 1 verso il World Trade Center, ero davvero curioso di vedere il nuovo grattacielo più alto della città, che sorge dove una volta erano le Twin Towers. L'impatto, appena uscito dalla metro a Canal street (per gli appassionati di cinema: da qui in giù è il quartiere di TriBeCa, ovvero Triangle Below Canal, famoso anche per il festival del cinema omonimo) è semplicemente mozzafiato. Un po' per il freddo, un po' perché gil da Canall street One World Trade Center è colossale. Sembra non finire mai. Inizio a camminare per avvicinarmi, e mi ricordo che le distanze in questa città sono ingannevoli...sembrava lì a un passo, e invece si deve camminare un po'. Arrivato sotto ho modo di notare che la piazza è ancora parecchio sottosopra (stanno ultimando il memoriale e un paio dei nuovi grattacieli del complesso, quindi c'è decisamente casino), ma non riesco quasi a notarlo, perchè da sotto il nuovo grattacielo ruba lo sguardo.
Non finisce mai!

Sembra stagliarsi nel cielo come una freccia, che si appuntisce verso l'alto (effetto ottico notevolissimo, che si ripete su tutti i lati) e soprattutto lo sguardo fatica ad abbracciarlo. Non è imponente come l'Empire State Building, perché è più slanciato, ma non puoi non accorgerti del fatto che sia più alto. Bellissimo. La neve rende la visita a Ground Zero (che avevo visto nel 2005 e che trovo molto diverso da allora) poetica e commuovente. Mentre sei qui ti viene voglia di prendere a testate i complottisti che sostengono che l'11/9 sia una montatura. Poi lo so, ogni giorno muoiono milioni di persone nel mondo, molti di più di quanti ne siano morti quel giorno, ma questa città - che ci piaccia o meno - rappresenta qualcosa di unico nella nostra cultura (anche a causa della colonizzazione culturale che gli USA hanno di fatto operato): ogni angolo ti sembra già visto, perché ti ricorda decine di film, telefilm, ecc... Ciò detto, il memoriale è molto sobrio e piuttosto toccante, con due piscine di onice in cui l'acqua cade verso il centro della terra. 
Memoriale

Arrivo fino a Battery park per fare ciao ciao con la manina (da lontano) alla Statua della Libertà, ma il freddo sullo Hudson è seriamente improponibile, torno verso il vetro e il cemento di lower Manhattan!

Riprendo la metro e scendo tra Broadway e la 23, ossia nell'angolo in cui troneggia, nel suo fascino inarrivabile uno dei primi grattacieli newyorkesi: il Flatiron building, con la sua forma a ferro da stiro. 

Vogliamo parlare del Flatiron?

La luce luminosa e tersa lo rende ancora più bello, e fa luccicare i suoi vicini. Mi giro verso la Quinta strada, e la mole massiccia dell'Empire State Building mi si para davanti. 
Impossibile non riconoscerlo!

Mi incammino sulla Quinta, dopo aver capito con estrema chiarezza la assoluta necessità, in una giornata come oggi, dell'orrendo beverone bollente che è il caffè americano e che tutti stringono nella mano mentre passeggiano. Questo sarà il primo dei 5-6 che mi accompagneranno - scaldandomi e pompando caffeina nelle mie vene - lungo la giornata. Risalgo tutta la quinta strada godendomi, col naso all'insù la meraviglia verticale di questa città. In 10 anni, molto è cambiato, ma molte sagome continuano ad essere al loro posto: quando ti giri e vedi il Chrysler Building, coi suoi doccioni inquietanti e la sua cupola meravigliosa, ti immagini che l'uomo ragno possa passare da un momento all'altro...

Arrivo fino a Central Park (e sento nelle orecchie l'inizio famoso "ladies and gentlemen, Simon and Garfunkel", prima che attacchino Mrs Robinson), faccio tappa per riposarmi un po' al più famoso Apple Store del mondo, poi mi sposto sulla Sesta per ammirare qualche altro grattacielo. Ero in dubbio se passeggiare un po' a caso come sto facendo o fare piuttosto una visita al MoMa, ma la giornata di sole e questa città senza eguali al mondo mi trasforma immediatamente in un flâneur. Arrivo a Times Square e ai suoi cartelloni luminosi. La fame si fa sentire, come resistere all'insegna "Dallas BBQ", che campeggia sulla 42ma? Era il mio posto preferito quando ero venuto 10 anni fa, e si conferma di livello mondiale, con le ribs di porcello letteralmente immerse nella salsa BBQ ed un cono mostruoso di onion loaf (non sono riuscito a finirli, ed era la porzione small...)
Una TORRE di cipolla fritta! Gosh!

Ho tempo per un po' di shopping ancora, mentre percorro tutta Broadway (per digerire quel popò di pranzo, mi costringo a farla a piedi dalla 42ma alla 14ma, il che vuol dire davvero TANTO) per andare a prendere la linea L che mi porterà, dopo incrocio con la J, a Jamaica beach (mettendoci una novantina di minuti, come dicevo prima, facendomi passare tra le casette tutte uguali tra Brooklyn e il Queens).

Ora ho un sonno pazzesco e sono davvero stravolto (e non credo che il mio vicino di aereo sarà felice di accorgersi che l'ultima doccia risale a 30 ore fa...ho cercato, ma al JFK non ci sono docce, come faceva Tom Hanks in quel film in cui rimane confinato per una vita in aeroporto?). Ma letteralmente al settimo cielo. Dopo una settimana nella città più assurda del pianeta (Las Vegas) queste 10 ore a New York sono state meravigliose. Come questa città, pazzesca, indimenticabile, dove voglio tornare al più presto. 
In ogni angolo c'é qualcosa che ti lascia a bocca aperta!

Con questo saluto i miei affezionati lettori e mi accingo a tornare nella madre patria: ci sentiamo da lì! Prima però apriamo lo spazio del dubbio del giorno, che mi torna ogni volta che vengo negli States: perché diavolo nella tazza del water c'è l'acqua alta come a Venezia? Non è bello, soprattutto quando si fa il numero 2, non è bello per nulla!

Ma alla fine, meglio 5 giorni a Las Vegas o 10 ore a New York? Meglio sarebbe 5 giorni e 10 ore a New York!

Un abbraccio caloroso a chi ha letto questi cinque deliranti post. Spero di avervi dato un po' di impressioni che ho vissuto!

venerdì 6 marzo 2015

Follie di Las Vegas 4 episodio

Ed eccoci arrivati al penultimo episodio di questo diario di un (non più) giovane (più o meno) ricercatore a Las Vegas. Sonno le 10 del mattino, ieri è stata una giornata pesante, ma il peggio deve arrivare: per due notti di fila, infatti, sono destinato a dormire in aereo (sperando di riuscirci) a causa della mia pazzia. Infatti stanotte viaggerò da Las Vegas al JFK, sperando che il video dell'aereo che scivola sulla pista e quasi finisce nello Hudson, che circolava ieri - ma era il La Guardia, non il JFK! - sia ormai storia e che abbiano pulito la pista d'atterraggio. Poi passerò l'intera giornata facendo il turista nella Grande Mela (i'm an italianman in New Yoooork) e passerò la notte tra il JFK e Malpensa. Lo so, è un gesto folle, ma l'idea di avere un giorno di turismo nella città più incredibile del mondo mi faceva troppa gola!

Ieri intera giornata dedicata alla conferenza. Sentite moltissime cose interessanti, tra cui spicca l'eccezionale workshop tenuto da una ricercatrice di un'università dell'Ohio, la quale mostrava un set di attività da fare in classe usando Google Drive. Tecnnologicamente banalissima, la faccenda ha però un fondamento pedagogico di tutto rispetto. Grande lavoro preparatorio, ma grande soddisfazione: ovviamente perchè funzioni occorre avere tutta la classe con un dispositivo connesso. Ma qui oramai tutti danno più o meno per scontato il paradigma del BYOD e fine della discussione. Tra l'altro questo genere di attività e il tipo di lavoro che lei fa riecheggiavano anche stamattina nelle parole del Keynote speaker, il prof. Gee, il quale ha affermato:

"Educators don't need to fear becoming redundant unless they limit themselves to what artificial tutors can do"

Un concetto notevole, no? Tornando a ieri, a pranzo abbiamo commesso un grave errore: abbiamo pranzato da hash house a go go, un posto very american che è interno all'albergo (su questo non c'è scelta, il Rio non è sulla strip, ma è in the middle of nowhere e quindi o mangi qui, o devi prendere un taxi per andare sulla strip). I piatti erano degni di man vs food, e decisamente ha vinto il food: abbiamo spazzolato tutto, sì, ma poi eravamo delle mummie, la fase digestiva è stata realmente complicata. Vi do un'idea con un paio di foto
Il mio chicken fried con sopra e sotto di tutto

Il nostro gruppo di italians affronta la situazione

Nel  pomeriggio abbiamo fatto in tempo a seguire un simposio di due ore gustosissimo (ma io morivo di sonno digestivo) sul TPACK model, e ho conosciuto l'altro volto di questo modello pedagogico che è davvero la koiné del periodo, ovvero Mattew Kholer, autore col mio amico Punya Mishra dell'articolo che ha di fatto lanciato il TPACK. Ho così scoperto che noi abbiamo assolutamente bisogno di un modello per inscatolare concettualmente i risultati che otteniamo coi nostri progetti. Qui i numeri che noi facciamo mettono paura: quasi tutti i paper parlano di numeri incredibilmente più bassi. C'è spazio per lavorare su questo aspetto e bisognerà farlo. Questo introduce a un piccolo excursus:

--EXCURSUS--
Come sempre quando vengo alle conferenze recrimino sulla mia storia professionale. Avrei molto da dire e da dare come ricercatore e invece sono costretto per campare a fare il tecnico amministrativo per la maggior parte della mia giornata, lasciando la ricerca confinata alle ultime ore della giornata o al weekend. Forse dovrei provare a fare un PhD, e tornare alla ricerca. O forse c'è qualcosa di intrinsecamente sbagliato, se il mio lavoro di ricerca ottiene riconoscimento a livello internazionale, ma ciò non è sufficiente per garantirmi una posizione di ricercatore a tempo pieno in Italia. Ogni volta mi viene la tentazione di emigrare, ma non ho il coraggio di farlo, e così mi tengo la mia recriminazione e vaffanculo. Vabbé, lasciamo da parte l'amarezza e proseguiamo
-- FINE EXCURSUS--

Alle 5 del pomeriggio i due grandi capi se ne vanno, per tornare in patria e io vado a fare le veci del boss all'incontro tra tutti i responsabili dei SIG (Special Interest Group). Parlo con la responsabile, una sciura molto texana che sia chiama Rhonda e le spiego della nostra idea (che nel frattempo con Paolo avevamo raffinato) di fare a SITE 2016 un simposio sulla World Education (che in effetti è un tema che piace a tutti, ma di cui nessuno, per ovvi motivi, vuole farsi carico). Lei appare entusiasta all'idea...ce la faremo? Vi farò sapere se il prossimo anno visiterò Savannah, la coastal pearl of Georgia.

A questo punto, finally alone, la mia idea è di folleggiare. Vado così con lo shuttle bus sulla strip e mi faccio una camminata infinita (maledizione a me che sottovaluto le distanze, che sono colossali, come tutto in questa città) fino ad arrivare al mitico Bonanza, il negozio di souvenir più grande del mondo...e per vedere le porte che mi si chiudono in faccia! Ma non mi arrendo, sarà mia meta questo pomeriggio. Faccio a questo punto un po' di turismo di alberghi: a Las Vegas, infatti, la cosa da vedere sono i mega alberghi: si può entrare, gironzolare, giocare al Casinò - ma io stavolta ho evitato - e andare al prossimo. Ecco qui una carrellata di follie:
Una  finta cascata al Wynn

Pavimento luminoso al SLS

Stratosphere

Un classico per finire: Fontana del Bellagio

-- UNA RIFLESSIONE GENERALE SU LAS VEGAS --
Per un europeo Las Vegas è assolutamente un posto incomprensibile. E' una non-città, di fatto un ou-topos, in cui la gente viene solo per divertirsi. Voglio dire, lo scopo di un viaggio a Las Vegas è di tuffarsi un una specie di carnevale permanente per adulti (fortunatamente i bambini sono davvero pochi), in cui le regole sono sospese, tutto è gigante, tutto è folle, è letteralmente obbligatorio ubriacarsi, giocare, divertirsi. Non a caso è l'unico posto dove si può bere per strada senza camuffare l'alcool nei sacchetti (e ci sono in giro ragazzotti con beveroni alcoolici alla frutta in bicchieri alti mezzo metro, non sto esagerando), si può fumare praticamente ovunque, compresi i casinò, si gioca, c'è la prostituzione diffusa, con uomini sandwich che vanno in giro coi cartelli "girls directly in your room" ad ogni passo. Per la nostra mentalità un posto dove per legge ti devi divertire e non hai altra scelta, è davvero difficile da capire. Ah e poi ci sono ragazze mezze nude in tutti i casinò. Alla fine la cosa non appare tragressiva, ma solo triste. Voglio dire, manca totalmente il mistero, la sensualità, la trasgressività della situazione. Vedi solo ste poverette mezze nude che servono la birra a dei vecchiacci schifosi che sono attaccati alle slot machines per ore e ore, Scarsa poesia, toro discendente.
Ah e poi tutti vogliono soldi, le maledette tips. C'è lo shuttle gratis dal Rio alla strip, ma se non dai un buck all'autista, ti guarda come un barbone. Prendi un taxi, il conto è 8 dollari? Gliene dai 10 e se li tengono. Mangi al bancone del bar, quindi tecnicamente non c'è servizio? Devi lasciare almeno il 18% di mancia. 
-- FINE RIFLESSIONE GENERALE SU LAS VEGAS --

La lunga camminata mi ha ucciso: decido di tornare in hotel...e mi addormento vestito alle 22,30! Che figura, altro che folleggiare, il quarantenne crolla tragicamente! E senza cena, per colpa del pranzo pantagruelico (ma stamattina mi sono alzato affamatissimo e non ho potuto resistere alla colazione americana con uova, bacon e patate arrosto!)

Vado a fare la valigia: vi aggiornerò presto con l'ultima puntata. E grazie a tutti quelli che stanno seguendo queste note: qualcuno mi ha scritto che le sta gradendo, e ciò mi fa davvero piacere!
Alla prossima!

giovedì 5 marzo 2015

Las Vegas calling 2015 - terza puntata

Ed eccoci qui, cari i miei pazienti 25 alla terza puntata del viaggio del vostro eroe alla conferenza SITE2015. Oggi giornata davvero piena: i grandi capi sono arrivati, c'era la nostra presentazione...giornata carica di emozioni!

Iniziamo dalla cosa più importante, la conferenza: oggi ci siamo divisi le sessioni tra noi tre e ne abbiamo seguite un bel po'. Appare in tutta la sua chiarezza che questa conferenza è molto teacher-oriented e totalmente USA-centered. Abbiamo visto un mucchio di cose interessanti, ma decisamente episodiche, in generale sembra che il sistema statunitense abbia molti pregi, ma anche qualche difetto: le esperienze che abbiamo visto hanno numeri assolutamente non paragonabili con i nostri, sono piuttosto sporadiche e non vanno mai oltre il distretto scolastico (non ci sono progetti federali o trans-stati, ogni distretto lavora per proprio conto, coinvolgendo l'università locale e poco più. Con investimenti mostruosi, ma su numeri davvero piccoli).
Quindi c'è speranza? Si e no: in ogni caso quello che fanno è fatto benissimo e non viene mai trattato con ingenuità, si riconosce il lavoro di chi ci lavora e si investe di conseguenza.

Durante la pausa pranzo io e Nico abbiamo partecipato a un SIG (Special Interest Group) sulla creatività, il cui boss è Punya Mishra (sempre sia lodato). Uno di noi due - non è chiaro se io o lei, ma da una conversazione che ho avuto con Punya in seguito temo di essere io l'eletto - è stato anche cooptato come membro di questo SIG. "Vorrei un volontario che dia al SIG un flavour internazionale, magari qualcuno dall'Italia" - ovviamente eravamo gli unici due italiani nella sala. Catturati!
Punya introduce i lavori del SIG sulla creatività


Nel frattempo la mente perversa del grande capo ha partorito una nuova idea, che ha incontrato molto favore da queste parti: aprire un filone di ricerca/attività sulla World education: qualcosa che piace a tutti, ma non è in agenda per nessuno. Sarà un colpo di coda di puro genio o il suicidio? Lo scopriremo, sicuramente qui le reazioni sono di grande interesse...vedremo!

Alle 15 abbiamo fatto la nostra presentazione: poca gente, ahinoi, il che per me è un problema, perché per dare il meglio io ho bisogno di pubblico, ma molto interessata e competente. Alla fine mi è toccato parlare e direi di essermi difeso molto bene. Buon successo di pubblico e critica, soddisfazione. 

Statue romane nel Caesar's Palace


Alle sei siamo finalmente riusciti a fare un po' di turismo: via verso la strip per vedere un po' di follie lasvegassiane. Passeggiata al Palazzo (con le sue gondole veneziane e la miniatura di piazza san Marco...), finta eruzione del vulcano di fronte - impressionante - un tuffo nella Roma imperiale al Caesar's Palace ed infine Bellagio, con la sua spettacolare fontana musicale. Entriamo e diamo libero sfogo al demone del gioco (solo io e Paolo). Aldo in grande forma vince ben 20 dollari!

La fontana del Bellagio sarà pacchiana, ma è affascinante!

Cena in un locale messicano semplicemente da urlo: cantina Cabo Wabo. Il miglior margarita della mia vita, burrito, tortilla chips appena preparate, davvero grande meraviglia!
Rientrando in hotel ho sentito ancora il richiamo del demone del gioco e mi sono fermato al tavolo del blackjack qui al Rio. Grazie ad uno stile di gioco da massaia brianzola guadagno altri 24 dollari e sono lì tutto soddisfatto...quando la vecchiazza di fianco a me gioca in un colpo 2000 (leggasi DUEMILA!!!) dollari e ne vince altrettanti senza battere ciglio. Una situazione molto ridicola, che però non mi ha tolto il gusto di andare dal CASHIER a farmi convertire le mie fiches in sonanti bucks :)
Vincite copiose...

Viva Las Vegas!

mercoledì 4 marzo 2015

Site 2015 a Las Vegas - seconda puntata

Ed eccoci qui, cari i miei 25 lettori, con la seconda puntata di Aldo goes to Vegas!
Ieri sono finalmente arrivato: una volta sceso dall'aereo al gelo newyorkese si è sostituito il caldo del deserto: 15-20 gradi, gente in giro in infradito (qui chiamate flip-flops), l'impatto micidiale con l'aeroporto di Las Vegas, colmo di slot machines. Tra l'altro l'aeroporto è praticamente in città, quindi arrivando si vede già tutta la follia di questo posto, si vede tutto il piattume della pianura e i mega alberghi che si succedono sulla strip. Dall'aereo la piramide nera del Luxor emerge in tutta la sua stranezza...

Prendo uno shuttle bus e arrivo in albergo. Il Rio è un po' un nobile decaduto: un albergo che ha 25 anni a Las Vegas è una rarità, però fa ancora la sua porca figura. Purtroppo non è sulla strip (che sarebbe la strada di Las Vegas su cui affacciano tutti gli hotel famosi e folli: il Palazzo con le sue gondole e ricostruzioni delle  calli di Venezia, il Bellagio e la sua Fontana, il Cesar Palace tutto in stile antico romano, eccetera), ma un po' separato. Fortunatamente c'è uno shuttle che ti porta alla strip. Ciononostante, è difficile prendersi una pausa e fare un po' di turismo, perché i ritmi della conferenza sono serrati e fanno di tutto per tenerti fisso in albergo. Speriamo nell'ultimo giorno!

L'albergo ha due torri (Ipanema e Masquerade) ed è di dimensioni bibliche. Per andare da una torre all'altra c'è una camminata di 10 minuti nel casinò che fa da piano terra, tra vecchine impazzite attaccate alle slot, ragazze seminude che servono ai tavoli, una corvette vera parcheggiata vicino a una slot (la si può vincere, pare), gente che urla perché ha vinto qualcosa ...
La lobby-casinò dell'hotel. I più attenti noteranno la Corvette

Io sono al 25mo piano (su 50) e la vista che ho dalla finestra è notevole (vedi foto), così come lo è la dimensione della mia camera, sensibilmente vicina a quella di casa mia (forse anche più grande...)
La vista dalla mia stanza

La mia stanza!

Mangio qualcosa, o meglio mangio un colossale hamburger in uno dei 20 - non sto esagerando, lo giuro - ristoranti dell'hotel e mi butto sulla conferenza. Mentre cerco di raggiungerla trovo questo cartello esilarante

davvero un viaggio! Al momento ci sono 3 conferenze nell'hotel e vi assicuro ce ne potrebbero stare altre due!

Incontro un po' di amici (momento divertente: incontro Punya Mishra, che è la superstar della conferenza e che io conosco perché è stato nostro ospite alla cerimonia DOL dello scorso anno. Lui mi abbraccia molto affettuoso, e io prendo millemila punti rispetto a tutti i presenti che osservano la scena), ascolto un po' di cose interessanti. La conferenza è molto americana e molto teacher-centered, ti fa capire che nonostante qui siano avanti anni luce (con investimenti dalle autorità locali sull'educazione che noi ci sogniamo di notte) molti dei problemi sono comuni. Ieri si è molto parlato di come introdurre la creatività a scuola rispettando però gli standard, che sono l'analogo del nostro programma ministeriale. Davvero tutto il mondo è paese! Vedrò di approfondire per voi il concetto!
A sera, infine, sono arrivati i boss. Stravolti più di me: hanno perso la coincidenza a Londra causa vento e sono stati ricollocati su un volo il giorno successivo per Los Angeles e poi Las Vegas. Un viaggio della speranza! Nonostante questo siamo andati in un ristorante meraviglioso (McCormick & Schmick's) dove ho mangiato una bisteccona di rara bontà. Sulla carnazza ci sanno fare da queste parti, questo non si può negare!

A ninna prestissimo e ora è il giorno della nostra presentazione! Preparo il completo, faccio la doccia e mi butto nella conferenza. Alla prossima!

martedì 3 marzo 2015

Site 2015 a Las Vegas: prima tappa!

Il vostro blogger preferito è in viaggio verso Las Vegas, dove sta andando non per giocarsi le mutande a blackjack, ma per la conferenza Site 2015. Un ruggito improvviso di lavoro-2, un bell'articolo scritto coi miei capi e via, eccomi proiettato al di là dell'oceano.

Nota a margine tecnologico-metodologica: per la prima volta ho deciso di non portare il computer, ma di provare a sopravvivere durante la conferenza (attività tipiche: prendere appunti, rispondere a un po' di mail con scocciature che ti aspettano al ritorno, al limite editare qualche file di testo) solo con l'ipad mini. Mi sono fatto comprare da Anna, la regina di amazon, una tastiera esterna Bluetooth (molto bella) e via. Vi farò sapere!


Ieri l'inizio del viaggio è stato dei peggiori, con il gelo su New York che ha impedito la partenza in orario e mi ha costretto a 6 ore di nulla cosmico a Malpensa. Con la prospettiva, già nota, di perdere la coincidenza da New York per Las Vegas e di dover passare una notte nei pressi dell'aeroporto in attesa di una ricollocazione su altro volo. Ora scrivo questa nota proprio da questo altro volo, che mi ha visto partire stamani alle 8 e che tra un'ora e mezza mi lascerà nella mecca del divertimento.

La prima sensazione è quella di vuoto totale che ho affrontato a Malpensa ieri. Nonostante avessi da lavorare (apprezzate, cari 25 lettori, il mio ufficio mobile approntato per l'occasione!) e abbia lavorato, c'è stata quella particolare sensazione di sospensione del tempo, dell'essere ostaggi della situazione che solo gli aeroporti sanno dare. Se poi si tratta di Malpensa, l'aeroporto più triste e spoglio del pianeta, la sensazione si moltiplica. A proposito: a due mesi dall'inizio ho potuto ammirare l'aeroporto di expo: un gruviera fatto di lavori in corso e incompiutezza. Il confronto col JFK, dove sono poi arrivato è assolutamente improponibile. Speriamo bene, ma la figuraccia internazionale inizia a stagliarsi davanti agli occhi anche di un expottimista come me.

Ho volato con Delta, una compagnia americana: ottimo volo, confortevole. Mi hanno abbottato come un porcello, forse perché si sentivano in colpa? - mi hanno nutrito praticamente di continuo. Io intanto, stravolto dalle ore di nulla precedenti, ho pensato di mettere a cuccia il cervello (se presente) con un en plein di film: in rapida successione mi sono sparato Lucy (in italiano, bel film, assurdo ma bel film), the giver (sempre in italiano) che è stato la rivelazione del viaggio (molto affascinante e con richiami filosofici a Schopenhauer e all'idea del velo di Maya da squarciare) ma soprattutto ho visto transformer 4 (questo in inglese, ho pensato che visto il filmone, potesse essere possibile capirlo anche in inglese - è così è stato, essenzialmente si picchiano). Definire transformer 4 rievocando il mitico giudizio fantozziano sulla Corazzata Potemkin è assolutamente legittimo. Tra l'altro la durata è simile, non finiva mai!
Arrivato al JFK resto assolutamente stupito dalla velocità con cui vengo ammesso sul suolo americano dall'efficentissima dogana statunitense. La scena quando si arriva è mostruosa: dai corridoi letterali fiumi di gente vengono riversati in un enorme salone, vengono smistati e di ciascuno vengono prese impronte digitali delle 2 mani e viene fatta una foto del volto. Quando si osserva la coda, si immagina che passeranno ore prima del proprio turno, in realtà io sono passato in circa 20 minuti. Il bagaglio era già arrivato (altro fenomeno che lascia basito un italiano, abituato a vivere l'attesa davanti ai nastri trasportatori con il fatalismo di chi attende la pioggia durante l'estate nel Botswana: sai che la stagione delle piogge potrebbe arrivare prima o poi, ma sai anche che sarà più poi che prima). Al banco della Delta mi organizzano il trasferimento con uno shuttle bus in albergo ed esco nella notte newyorkese. Capisco immediatamente perché non si potesse atterrare: il freddo spezza il fiato (ed io, convinto di proseguire per Las Vegas sono vestito davvero leggero). 


Un po' di sano cameratismo si instaura tra gli altri derelitti, ormai provati da una giornata che nel mio caso è durata circa 22 ore, si chiacchiera e ognuno pensa al volo del giorno successivo su cui ciascuno è stato collocato: nel mio caso vado a dormire alle 23 e dovrò essere in aeroporto alle 6. 
L'albergo è vicinissimo al JFK, quindi nel quartiere del Queens. Già quando nel 2005 venni a New York con Anna, e perdemmo il volo di ritorno per un misunderstanding sul terminal di partenza, ci avevano collocato qui. Le casette del Queens hanno una loro poesia, tutte identiche che si susseguono, coi loro giardinetti e le macchine parcheggiate fuori, ieri sera ingentilite da un copioso strato di neve, che rende l'atmosfera magica. Se non fossi stato così stravolto, avrei persino potuto ipotizzare una passeggiata per queste strade tutte uguali. Invece salgo, faccio la doccia, decido di saltare la cena (come detto, ero stato ben abbottato in aereo) e crollo letteralmente su un lettone gigantesco in mezzo a un numero di cuscini che supera abbondantemente il numero di cuscini complessivi che una famiglia in media possiede. Lascio la tenda della finestra aperta: si vede il parcheggio, sì, ma in lontananza si vede benissimo l'empire state building e si intuisce la sagoma, per me nuova, di One word trade center. Mi lecco i baffi pensando che sabato mi aspettano - se non sorgeranno nuovi imprevisti - 15 ore di sosta a New York, e che andrò a verificare di persona come sia il nuovo skyline e crollo nelle braccia di Morfeo. Jet leg? Non conosco questa parola, dopo la giornata campale! 

Appena sveglio mi godo il caffè americano che mi sono preparato: adoro la presenza della macchinetta e di qualche busta di caffè che sempre allieta le stanze degli hotel usa, precipito nella hall, e torno al JFK con lo shuttle bus mentre osservo il traffico del Queens che si risveglia. Prima colazione americana in aeroporto (mille posti tra cui scegliere, tutti invitanti e a prezzi accessibili, penso, e scuoto il capo ricordando la terrificante pizza di mychef che ho mangiato a Malpensa pagandola come una cena bistellata): toast con frittatina e bacon e nuova dose gigante di caffè: la colazione dei campioni! Ora sono nei cieli sopra il Colorado, in attesa di arrivare. Per recuperare dall'overdose di film di ieri sto leggendo: ho iniziato e finito la nuova fatica di Eleonora Epis (seguirà recensione) ed ora sto letteralmente godendo leggendo un libretto dal titolo sette notti, la trascrizione di sette conferenze tenute dall'immenso Jorge Luis Borges su sette argomenti affascinanti. Anche in questo caso seguirà recensione. Vi terrò aggiornati!

sabato 29 novembre 2014

Gino Sorbillo - Lievito madre al Duomo - La pizza migliore di Milano 2.0

Uno dei post più popolari di questo blog, che evidentemente i miei 25 lettori tornano spesso a consultare è quello relativo alla migliore pizza di Milano. Ebbene, questo post è solo per annunciarvi che questo ambitissimo titolo ha da ieri un nuovo proprietario!


Lievito madre al Duomo, ovvero Gino Sorbillo è arrivato a Milano!

Punto primo: a Milano, checché se ne dica, è possibile mangiare della pizza buona. Il problema, rispetto al centro-sud (ne ho certezza assoluta per quanto riguarda l'Abruzzo, ma ho diverse esperienze anche in altre regioni, tra cui ovviamente la Campania, madre indiscussa della pizza che partendo da Napoli ha davvero conquistato il mondo) è relativo alla qualità media. Cosa intendo? Che se entri in una pizzeria assolutamente a caso a Milano ed in generale nelle regioni settentrionali, le possibilità che la pizza sia brutta o orribile sono piuttosto elevate. Diciamo che un buon 60-70% delle pizzeria fa una pizza che non oltrepassa la soglia del mangiabile (facciamo la tara a quanto sto dicendo: comunque qualità infinitamente superiore a ciò che viene spacciato come pizza in qualsiasi altro paese che non sia l'Italia). A centro-sud queste percentuali sono praticamente ribaltate, anzi, persino più lusinghiere: entrando a caso in una pizzeria in una paese a caso, sei praticamente certo che mangerai una pizza magari non eccelsa, ma comunque di qualità medio-alta. A Napoli esistono dei santuari della pizza, come è giusto che sia, e credi di poter affermare a ragione veduta che Gino Sorbillo, con la sua famosa pizzeria in via dei Tribunali, sia il massimo sacerdote di questo alimento straordinario. La coda fuori dalla pizzeria di Gino (per chi non lo sapesse, la famiglia Sorbillo è composta da 21 fratelli e sorelle, tutti pizzaioli) è leggendaria: orde di turisti e di autoctoni sono disposti a spendere anche 2-3 ore in attesa, dopo aver dato il proprio nome e numero di posti desiderati ad una signora che poi ti chiamerà col microfono "Peppe, 3 posti". La fatica è ampiamente giustificata dalla LIBIDINE gustativa che ti attende all'interno, con ingredienti di alta qualità e straordinaria abilità nel creare, far lievitare, guarnire e cuocere alla perfezione la poesia della pizza.
Ebbene, Gino Sorbillo ha deciso di venire in soccorso di noi poveri ciuccianebbia, aprendo in Largo Corsia dei servi, ovvero tra il Duomo e San Babila, che più in centro di così non si può, una sede della propria pizzeria: Lievito Madre al Duomo. Ieri sera con le colleghe dell'HOC l'abbiamo visitata e devo confessarvi che Gino si è immediatamente preso lo scettro: la pizza più buona di Milano è la sua. Senza dubbio alcuno. Poi, possiamo discutere su un sacco di cose: i fritti di antipasto sono assolutamente sotto il livello delle aspettative, i prezzi sono doppi rispetto alla casa madre napoletana, i dolci sono di qualità variabile (massima per quelli provenienti da Scaturchio, altro luogo-simbolo del mangiare napoletano, media per gli altri), ma la pizza, la vera regina della serata è assolutamente incredibile per gli standard milanesi e non solo.

La pasta che Gino Sorbillo prepara col lievito madre fa davvero la differenza: bordi alti, poi via via più sottile, cotta alla perfezione, condita con eccellenze di primo livello (e i presidi slow food sono massicciamente presenti). 7 + 4 pizze nel menu, con alcune curiosità che si affiancano alla classica margherita: la margherita gialla, coi pomodorini gialli, la calabrese con la nduja, la cetara coi pomodorini del piennolo e le alici - vedi foto, la pizza dell'alleanza con ben tre presidi slow food (pomodori San Marzano, Salsiccia Rossa di Castelpoto, Cacioricotta di Capra Cilentana I Filadelfi).
Per concludere: necessario andarci presto, noi siamo arrivti alle 19,15 mentre apriva e siamo entrati subito. Già alle 20 c'era la fila, alle 21,15 quando siamo andati via l'attesa prevista (da me con calcoli di rara difficoltà) era di circa mezz'ora per entrare. E comunque le pizze che quotidianamente vengono sfornate sono 400 e quando finiscono, finiscono! Questo è a mio avviso (se non è un'abile mossa di marketing, ma è realtà) uno dei punti forti di Sorbillo: la qualità ha bisogno di tempo, soprattutto parlando di pizza. Quindi se il limite teorico è 400, massimo rispetto per lo stop a tale numero, purché i tempi della pizza vengano rispettati. Altro aspetto che si scontrerà - temo - con la mentalità meneghina è l'impossibilità di prenotare: non si accettano prenotazioni, così come accade a Napoli in via dei Tribunali. Vi assicuro, vale assolutamente la pena di aspettare. Grazie Gino per il coraggio che hai avuto a portare la tua pizza a Milano, e...ci vedremo spesso!!

mercoledì 18 dicembre 2013

Pizza Am, la seconda pizza più buona di Milano

Abbiamo scoperto con i colleghi di HOC questa pizzeria in zona Porta Romana a Milano. Ci siamo andati sulla scorta di ottime recensioni su TripAdvisor e... devo dire che che sono assolutamente veritiere. Sono stato molto in dubbio sul tema, ma poi ho pensato che 'A tarantella rimane la pizza numero 1 di Milano, ma Pizza Am si piazza al numero 2, e incalza davvero da vicino. Complimenti a questi ragazzi, se siete in zona fa loro una visita, non ve ne pentirete!

Ecco la mia recensione scritta per TripAdvisor:

La ricerca di una pizza di alto livello a Milano è sempre un'impresa non facile. Per fortuna alcuni ragazzi napoletani pensano a noi e decidono di deliziarci: è esattamente questo il caso di Pizza Am di Pasquale Pometto. Il locale è piccolo, molto piccolo (prenotate!) ma molto simpatico con arredi colorati e allegri. Il personale, anche nel delirio pre-natalizio, riesce ad essere cortese e disponibile. Ma il punto principale è la pizza: eccellente! Il menu è ridotto all'osso: 7 pizze più o meno tutte variazioni sulla margherita, ma il livello è davvero alto. Ingredienti di qualità, impasto da sogno, cottura perfetta. Non va al primo posto nella mia classifica delle pizze milanesi, ma si guadagna il secondo senza alcun dubbio. Merita assolutamente una visita...anzi, più di una!
Ah, dimenticavo, anche il prezzo è di livello: una pizza così buona con birra e caffè (e limoncello offerto dalla casa, così come il prosecchino di aperitivo) a meno di 15 euro! Praticamente un miracolo!
Profilo Facebook: https://www.facebook.com/PizzaAmMilano

domenica 22 settembre 2013

London calling! Ovvero: erasmus tardivo

La UCL
Tra i pochi rimpianti relativi alla mia carriera studentesca, uno da sempre giganteggia: è il fatto di non aver provato ad andare in Erasmus. L'esperienza di studiare all'estero mi è mancata, e mi manca tutt'ora. A parziale recupero di questa carenza è intervenuto, come un meraviglioso fulmine a ciel sereno il programma lifelong learning Erasmus STT: il Politecnico di Milano, Università per la quale ho il piacere di lavorare da 13 anni, mette ogni anno a disposizione un certo numero di borse di studio per poter passare un periodo presso un'Università o un altro ente in Europa al fine di mettere a confronto le diverse realtà, imparare cose nuove, osservare come problemi analoghi vengono affrontati in diversi luoghi.
Avevo già provato a partecipare un paio di anni fa, ma purtroppo non avevo ottenuto la borsa di studio, quest'anno invece sono stato tra i selezionati. Una delle grandi difficoltà è ovviamente quella di reperire un adeguato contatto presso un'Università partner, perché è compito del dipendente proporre, di concerto con l'università partner, un programma di studio/lavoro da seguire. Per mia fortuna, attraverso contatti di ricerca, ho avuto la possibilità di contattare la UCL, University College of London, dove ho trovato una persona di grande sensibilità che ha accettato di supportare il mio progetto.
Così, tra il 9 e il 20 settembre, ho potuto passare due incredibili settimane presso la Facoltà di Ingegneria di quella che è - classifiche alla mano - la quarta università al mondo!
Il mio mac sulla mia hot-desk

L'esperienza in sé è travolgente: per due settimane sei da solo in una città come Londra (e la UCL è proprio in centro, vicino al British Museum) e te la devi cavare. Questo vuol dire che quanto meno il tuo inglese migliorerà incredibilmente: si tratta di sopravvivenza! In più, nel mio caso, alla UCL hanno preso la faccenda molto sul serio e quindi sono stato invitato a partecipare attivamente alla vita lavorativa dell'Università. Ho seguito lezioni (di un corso tenuto dal vice Preside della Facoltà di Ingegneria, dal titolo quanto mai appropriato "Solving complex problems"), ho partecipato a riunioni (dicendo la mia! in più occasioni mi è stato chiesto cosa ne pensassi e come facevamo noi al Poli ad affrontare temi analoghi), ho avuto colloqui con colleghi, ho avuto la possibilità di avere una scrivania dove lavorare...sono stato trattato davvero bene!
Secondo il mio profilo lavorativo (a cui ho aggiunto anche i miei campi di ricerca) ho approfondito due tematiche: da un lato la gestione dell'offerta formativa e delle carriere degli studenti, dall'altro tutto ciò che alla UCL è e-learning.
Palmers Lodge Swiss Cottage Hostel

All'atto pratico ho soggiornato in un ostello (not too bad) nella zona Swiss Cottage. Anche l'ostello, con le sue scomodità, si è rivelato parte di un'esperienza nel complesso estremamente formativa: 21 persone in camera, necessità di adattarsi, scomodità... ma al contempo possibilità di incontrare davvero persone interessanti provenienti da tutte le parti del mondo. Londra è carissima, non lo scopro io, l'ostello in tal senso è una soluzione ragionevole. Per andare in università, c'erano solo 4 fermate di metropolitana, quindi assolutamente comodo.

Cosa ho imparato:
1) oggi le sfide che le varie Università del mondo devono raccogliere sono globali. L'Università italiana se continuerà a pensare solo al nostro piccolo paese, è spacciata. Il Politecnico in questo è molto avanti, ma bisogna fare molto di più: l'esperienza che ho vissuto è stata davvero internazionale, non inglese. E non parlo solo degli studenti: colleghi e docenti vengono davvero da tutto il mondo, e ragionano in modo globale.
Una meravigliosa aula studio
2) bisogna imparare a sfruttare di più e meglio le proprie risorse interne. La visione che alla UCL si ha dei colleghi tecnico-amministrativi è lontana anni luce da quella che abbiamo noi. Non è l'esercito dei burocrati, ma gente che fa andare avanti l'Università, davvero assieme ai docenti. Un'altra risorsa fondamentale sono gli studenti: in più casi ho visto studenti divenire parte attiva delle decisioni universitarie. C'è il coraggio di chiedere loro di partecipare di più e di ascoltare ciò che dicono, senza paternalismi
3) clientelismo, concorsi farlocchi truccati (a tutti i livelli), amici-degli-amici, fancazzismo all'ennesima potenza, mancanza di responsabilità sul lavoro (che impone, all'atto pratico, l'assurdità del timbrare il cartellino): vizi tipici delle nostre università, facili da respirare anche se la si frequenza per poco. Nel confronto col resto del mondo è come partire con un handicap notevole
4) l'idea che molto ha fatto discutere che il Politecnico ha proposto, di erogare le magistrali in inglese può davvero essere un asso nella manica, se saremo in grado di gestirla - a tutti i livelli - adeguatamente. Basta farsi due conti per capire perché...
5) l'elearning, soprattutto per corsi non full-online ma che fanno piuttosto da supporto a quello che si fa in presenza, significa anche pensare agli spazi. Si parla molto di social learning (e io sono il primo a parlarne!), ma in determinate situazioni - come quella descritta - lo spazio di fruizione è importante almeno quanto l'ambiente di apprendimento (inteso nel senso del software). Come fare a "spingere" i docenti a utilizzare le piattaforme online? Rendendolo parte del loro lavoro da un lato, fornendo reale e funzionale supporto dall'altro. L'idea di utilizzare del personale dislocato nelle facoltà o nei dipartimenti, che possa essere la testa di ponte è secondo me geniale.
A lezione! Uso degli iPad alla UCL
6) un buon e-portfolio può essere una chiave piuttosto interessante per collegare università e aziende in prospettiva di employability. Io né al Politecnico né in alcuna delle due università che ho frequentato da studente (Unimi, ma era cento anni fa, quindi è giustificabile, e Unipd) ho visto nulla di simile.
7) in due settimane, se accuratamente eviti - come ho fatto io- ogni possibile rischio di parlare in italiano (per esempio scacciando la tentazione di chiacchierare in lingua natia con i tuoi compatrioti presenti in ostello, e prediligendo invece gli stranieri) e sei "obbligato" a continuare a ascoltare e parlare in inglese, la tua capacità di farlo subirà un'accelerazione al di fuori di ogni tuo legittimo sospetto, anche dei più rosei. Un vero overboost! Verso la fine delle due settimane, mi sono sorpreso a fare mentalmente l'elenco delle cose da fare...in inglese!
8) forse sono stato fortunato io, ma ho incontrato colleghi davvero meravigliosi. Disponibili a perdere del tempo con me, o meglio, desiderosi di confronto. Questo mi ha fatto pensare: come avrei reagito io se un collega di un'università inglese avesse chiesto di confrontarsi con me sul mio lavoro? Sarei riuscito ad essere altrettanto prezioso e disponibile, come lo sono stati loro?
9) molto spesso non ci rendiamo conto, proprio in prospettiva globale, del fatto che i problemi che fronteggiamo non soma mai o quasi mai dei casi unici. Qualcun altro, altrove, li sta affrontando. Questo dovrebbe farci capire che spesso, troppo spesso (parlo di casi ben specifici) ci sclerotizziamo sulla nostra soluzione, ragionando in maniera burocratica. Invece di chiederci "ma siamo sicuri che sia l'unico modo sensato di fare quest'operazione?"
10) se a tutto ciò si aggiunge che nel caso specifico ero a Londra, una delle città più incredibili del mondo, è facile capire quanto l'esperienza complessiva di vita sia notevolmente interessante. In tal senso è stata anche l'occasione di fare il punto su me stesso, di capire meglio chi sono. Un altro aspetto essenziale, in tal senso, è l'essere da solo, senza poter contare su nessun altro. Si cresce, umanamente e professionalmente. Come dice Caparezza "chi va a Londra, sa che al ritorno è un po' cambiato".

Panoramica della torre di Londra, con The Shard sulla destra



sabato 25 maggio 2013

Punya Mishra alla consegna dei Diplomi DOL

Ecco qui il vostro eroe col suo amico Punya!

Avete presente quando hai l'occasione di conoscere di persona qualcuno che per voi è rilevante? Ecco: nei due giorni scorsi ho avuto la possibilità di conoscere Punya Mishra. Chi è? Punya è l'inventore, assieme a Kohler, del modello TPCK (o TPACK): Technology, Pedagogy, Content, Knowledge (http://www.tpck.org/). Ed è stato il nostro ospite per la cerimonia di consegna dei diplomi del corso di perfezionamento universitario (oggi master) DOL del Politecnico di Milano (www.dol.polimi.it).

Ho studiato sui suoi articoli, ho scritto assieme ai miei capi un articolo (che tra l'altro ha vinto il best paper award alla conferenza "E-learn" scusate se è poco) a partire dal suo lavoro, l'ho citato nella tesi, insomma: nel mio settore di ricerca (media education) è per fare un paragone facile da comprendere è il Leo Messi della situazione.

Mi è capitato altre volte, quando conosci una persona su cui hai aspettative così imponenti, di restare totalmente, irrimediabilmente deluso. Ecco, non è andata così. Ma neppure un po', anzi: Punya si è dimostrato non solo un teorico di altissimo profilo (e te ne accorgi: capisce le cose una frazione di secondo prima di tutti gli altri, anche prima che tu finisca di raccontargliele) ma anche uno straordinario comunicatore (il suo discorso ai diplomati DOL è a mio avviso stato il migliore da quando organizziamo la consegna dei diplomi!) e una persona deliziosa.
Che altro posso dirvi? Nei prossimi giorni metteremo online il video del suo intervento: se lo vorrete vedere e ascoltare...stay tuned!

martedì 15 gennaio 2013

Sempre da Catanzaro Lido: Progettare un'esperienza didattica con le nuove tecnologie

A Catanzaro Lido, il 9-10 gennaio 2013, oltre alla mia presentazione c'è stata quella della mia collega Elena Maccari, che ha sapientemente mostrato come la partecipazione al progetto PoliCultura (www.policultura.it) possa garantire alle classi e ai docenti coinvolti una progettazione didattica seria e ricca di benefici.
Ad una prima parte argomentativa, segue una sezione esemplificativa: i docenti interessati possono approfondire sul sito di PoliCultura, cal quale è possibile accedere alle circa 900 narrazioni realizzate nel corso degli anni!

domenica 13 gennaio 2013

Gita lavorativa a Catanzaro Lido

Mercoledì e giovedì sono stato con la mia collega (di lavoro-2, ovvero HOC-LAB, ovvero non-pù-giovane ricercatore)  Elena a Catanzaro Lido per un incontro dal titolo Due giorni in digit@le organizzato dall'Ufficio Scolastico Regionale della Calabria.
Erano presenti circa 200 docenti delle scuole calabresi di ogni ordine e grado, che venivano ad ascoltare  una serie di relatori sul tema delle nuove tecnologie per la (nella) didattica.
Sono stati due giorni intensi, di gran lavoro, che mi hanno veramente caricato di energia! Rispetto a ciò che mi aspettavo, non si trattava di docenti "neofiti" con le tecnologie, ma di docenti che negli ultimi 5-10 anni si sono spesi, e non poco, sperimentando coraggiosamente e progredendo, con impegno. Di fatto a mio avviso è emerso proprio che tra i docenti si è creato un vero e proprio iato tra chi ha fatto esperienze pionieristiche e chi invece non ha potuto, o voluto, lanciarsi in questo campo. Ciò significa che chi è andato avanti oggi chiede formazione e occasioni più qualificate - chi è invece ancora in partenza, si sta accorgendo che non è più possibile ignorare le tecnologie.
La tesi che ho sostenuto nel mio intervento (che ha riscontrato, permettetemi di essere narciso, un ottimo successo) è che oggi è davvero necessario continuare a sperimentare, ma al contempo ridurre questo iato, proprio confidando sull'aiuto di chi ha più esperienza, che può agevolare i propri colleghi.
Inoltre, come spesso mi accade quando vado nelle regioni del sud Italia, ho sentito davvero potente il desiderio di occasioni, di sapere, di conoscere maggiormente, insomma...di essere protagonisti della crescita delle scuole del sud.

Ho caricato i materiali che ho utilizzato su Slideshare, eccole qui!



giovedì 27 settembre 2012

Minculpop @ moltearti

Ieri sono andato a presentare le iniziative per le scuole che la Presidenza per la quale lavoro e il laboratorio col quale collaboro al moltearti di Milano offrono alle scuole. Non è la prima volta che vado a questo genere di iniziative: un po' di docenti di scuola superiore interessati alle iniziative universitarie, solitamente super volenterosi e molto attivi vengono a sentire cosa abbiamo loro da proporre. Bello.
Peccato che io abbia deciso, anziché partire a raffica con "facciamo questa iniziativa, questa e quest'altra" di introdurre il tema col perché le facciamo, ovvero parlando del problema non solo italiano del rapporto tra giovani e scienze e di quello tutto italiano della classe docente che -in molti casi- non è senza colpe se i giovani hanno una percezione erronea della scienza e delle tecnologie.
È ovvio che i docenti che erano li, che sono tipicamente degli avanguardisti, sono le splendide eccezioni, ma è ahimè altrettanto ovvio che ognuno di loro (lo so per esperienza diretta, perché nelle scuole ci vado in prima persona!) deve lottare ogni giorno con colleghi che tirano indietro e cercano di disfare molti dei loro sforzi. Io lo so che c'è la possiamo fare (altrimenti non lavorerei da 12 anni coi docenti, per aiutarli a fermarsi e migliorare, per esempio col nostro master DOL - www.dol.polimi.it), ma non amo nascondere le cose come stanno.
Ebbene, mentre sto facendo il mio discorso, che a tratti, mi rendo conto, poteva anche apparire duro, la professoressa del moltearti che organizzava la giornata, mi guarda a muso duro e mi dice: "presenta le iniziative e basta!". Mentre sto parlando, davanti alla platea. Fortunatamente sono bravo a reagire agli imprevisti, sorrido e vado avanti come nulla fosse, anche se dentro di me si accende un fuoco. Estintore, please, e procediamo. Però però però...
Le ipotesi sono tre:
1. Io sono un povero piccolo tecnico amministrativo e lei una docente. Non ho il diritto di pensare Di saper pensare, non ho il diritto di parlare e dire la mia. Dodici anni di lavoro come ricercatore sul campo e una laurea e tre quarti non valgono nulla di fronte ai ruoli che mi sono permesso di provare a ignorare
2. Avevo la t-shirt col logo del moltearti e non la giacca. Improbabile che sia così, fortunatamente al moltearti non sono così formali.
3. È tornato il ministero della cultura popolare. Provare a dire qualcosa di non pre approvato e pre digerito non è molto apprezzato al moltearti. Purtroppo è un po' di tempo che ho questa sensazione...
È come direbbe Linus Van Pelt, se sembro amaro, è perché lo sono...

venerdì 30 marzo 2012

Vogliamo parlare della bellezza di questa città?

Il 21 e il 22 marzo sono stato a Roma, per motivi lavorativi. Come ogni volta che ci vado, la bellezza straordinaria di questa città mi colpisce con una forza che non riesco a descrivere.
Mi piace tutto di Roma: il clima, il paesaggio urbano, l'incredibile patrimonio artistico, che secondo me non ha eguali nel mondo (dove ti giri, ti giri, la bellezza è li che ti aspetta), il verde, la struttura della città, gli abitanti (perché attenzione! Noi sbagliando abbiamo l'idea che il romano sia cafone e burino, ma la realtà è lontana anni luce: la grande maggioranza dei romani è di una gentilezza incredibile e di una disponibilità commuovente), il cibo (segnatevi questo nome: Ivo a Trastevere)... ecco non so come spiegarlo meglio di così.
E poi il 22 sono arrivate anche Diletta ed Elena, mie colleghe all'HOC. E Elena non era mai stata a Roma, ci pensate l'emozione mia e di Diletta a portarla a vedere in una calda sera di marzo, questo? Ecco, pazzesco!

venerdì 23 dicembre 2011

Aldocoock - 15 - Impepata di cozze (ing.Gonellacook)


 Impepata di cozze
Tempo occorrente per la preparazione: 15 minuti (con le cozze già pulite), cottura: 10 minuti.
Livello: facile.
Ingredienti: cozze freschissime, prezzemolo, aglio, olio extra vergine di oliva, sale, pepe
L'ing. Gonella è ospite d'eccezione per questa puntata di aldocook, e si esibisce in HOC nella preparazione, con mezzi di fortuna. Bravo!

martedì 27 settembre 2011

Attività per la scuole del laboratorio hoc e della scuola di ingegneria dell'informazione

Attività x docenti, classi, studenti e intere scuole. Laboratorio di ricerca hoc + scuola ingegneria dell'informazione
Aldo torrebruno filosofo del politecnico appassionato di tecnologia e di insegnanti...
Dol per insegnanti che accettano la sfida delle tecnologie e lo vogliono fare col poli
Http://www.dol.polimi.it
Policultura per che vuole usare le tecnologie in maniera interdisciplinare come una trick box per raccontare storie
Http://www.policultura.it
Hitec x esplorare il talento mettendosi in gioco e fermandosi più che informandosi
Http://www.hitec.polimi.it
Lezioni di ingegneria dell'informazione per portare la cultura dell'ingegnere dell'informazione nelle singole scuole
Http://www.inginf.polimi.it

giovedì 30 giugno 2011

A' tarantella. Ovvero: la migliore pizza di Milano

Ieri sera, per festeggiare tardivamente il compleanno di B, siamo stati (coi colleghi del laboratorio HOC) a mangiare la pizza in quella che - secondo quanto riportava B medesima - è la migliore pizza napoletana verace di Milano.
Il locale si chiama 'A tarantella, e sta in un luogo della tristezza, nei pressi di Piazza Udine, precisamente in via Mazzali 5 (mappa)
Che dire? Dall'esterno non daresti un euro a questo locale, ma appena entri già vedere le pizze altrui nei piatti ti scatena selvaggiamente l'acquolina in bocca. Il pizzaiolo Ciro e i suoi collaboratori ci sanno fare, eccome! Dalle critiche che si leggono in giro (tipo qui) si potrebbe evincere che il servizio sia spocchioso o antipatico. Invece io ho trovato tutti molto gentili e simpatici: il mondo è bello perché è vario. Altra critica letta: sono lenti. Questo potrebbe anche essere vero, ma fratello, se la pizza la vuoi buona buona la devi curare amorevolmente: Rome wasn't build in a day! Loro la pizza la coccolano, non c'è dubbio. L'attesa vale la pena: quando la pizza arriva è perfetta: pasta altina (soprattutto ai bordi) e non la consueta suola che ti rifilano in mille pizzerie milanesi, rimane buona anche dopo 10 minuti, cosa che non capita tanto spesso. Cottura perfetta, come piace a me, coi bordi croccanti. E la qualità delle materie prime che utilizzano fa la differenza: io ho preso 'a Marechiaro (alici, capperi e olive nere), ma ho assaggiato anche quelle dei miei commensali: 'a Cafona (salsiccia e friarielli, ottima), a' Bufala (margherita con bufala, spettacolo) e 'a Zugosa (panna, prosciutto e funghi senza pomodoro: incredibile) e in tutti i casi gli ingredienti utilizzati erano di livello superiore.
Avevamo anche preso degli antipastini fritti, buoni ma non eccezionali (per lo meno non all'altezza della pizza che è arrivata poi). Preparano anche i pagnotelli (che non ho provato, ma ho visto ad altri avventori e desidero provare al più presto), panini con pasta della pizza e variamente (e abbondantemente) imbottiti.
Io e AnnaT, che amiamo il vino e non la birra con la pizza ci siamo anche deliziati con una falanghina dei campi flegrei decisamente all'altezza della situazione.
Insomma: migliore pizza di Milano, o' vero? Spiace dare ragione a B, ma la risposta è SI: pizza spettacolare. E prezzo non onesto, ma onestissimo: 13 euro a testa (eravamo in 16) compreso il caffè. Credo ci torneremo molto molto presto...
Voto altissimo, consigliata di cuore!