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venerdì 19 giugno 2026

[mai più senza] 13 a tavola! Il tredicesimo anno dei consigli di lettura di Aldo per l'estate!

Pensavate di salvarvi? e invece, assieme alla scadenza del 730 tornano - grazie come sempre alla sollecitazione di Antonella (grazie!) i famosi consigli di Aldo per le letture estive. Siamo all'appuntamento numero 13, ma non siamo superstiziosi, confidiamo che avremo anche il 14 l'anno prossimo e partiamo immediatamente! 

Ma prima, doverosamente, ecco l'elenco delle dodici puntate precedenti:

[2014] http://aldotorrebruno.blogspot.it/2014/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2015] http://aldotorrebruno.blogspot.it/2015/06/mai-piu-senza-torna-lappuntamento-con-i.html

[2016] http://aldotorrebruno.blogspot.it/2016/07/mai-piu-senza-terzo-appuntamento-con-i.html

[2017] http://aldotorrebruno.blogspot.com/2017/06/mai-piu-senza-quarto-appuntamento-con-i.html

[2018] http://aldotorrebruno.blogspot.com/2018/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2019] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2019/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2020] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2020/06/mai-piu-senza-i-consigli-di-lettura-di.html

[2021] http://aldotorrebruno.blogspot.com/2021/06/mai-piu-senza-lottavo-anno-dei-consigli.html

[2022] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2022/06/mai-piu-senza-il-nono-anno-dei-consigli.html

[2023] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2023/06/mai-piu-senza-e-sono-10-un-decennio-di.html

[2024] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2024/06/mai-piu-senza-lundicesimo-leggasi-11.html

[2025] https://aldotorrebruno.blogspot.com/2025/06/mai-piu-senza-e-siamo-al-dodicesimo.html


Archiviata la parte archeologica, veniamo ai libri di quest’anno, partendo da due libri di non-fiction: in generale tendo a preferire le storie inventate, ma questi due meritano. Luciano Floridi è il primo umanista che leggo che ha un rapporto razionale e sano con l'AI, tema che ha scatenato gli istinti più deteriori di filosofi e letterati. Nel suo La differenza fondamentale scrive in maniera molto chiara qual è l'errore di proiettare su un agente informatico/statistico il concetto di intelligenza, che per noi significa un campo semantico molto ampio e molto scorrelato da quella che è davvero, concretamente, l'AI. Mi piace moltissimo la sua proposta di sostituire il termine intelligenza con quello di agency, il libro si legge con grande gioia anche se non si è specialisti della filosofia per i primi 2/3, poi richiede qualche sforzo o preconoscenza in più, ma ne vale la pena. 

L'altro libro di non-fiction è Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai, di Matteo Motterlini. Tema "caldo", è il caso di dirlo, e approccio davvero eccellente. Il libro risponde in maniera credibile e scientificamente fondata a un dubbio che non si può non porsi: come è possibile che sappiamo benissimo che stiamo percorrendo una china tragica e in accelerazione esponenziale verso l'emergenza climatica, ma continuiamo a ignorare e sottostimare (massicciamente) il tema? E non solo se si hanno i capelli con ciuffo aranciato, ma anche nel quotidiano? Libro anche molto ben scritto, si lascia proprio leggere!
Passiamo poi a un libro che non ho letto per la prima volta quest'anno, ma che ho ri-letto in occasione triste, ovvero la morte del suo geniale autore. Si tratta de Il bar sotto al mare, il mio libro preferito (forse, assieme ad altri 3 o 4) di Stefano Benni. Per l'occasione abbiamo celebrato questo grandissimo autore leggendo alcuni brani ad alta voce in ufficio, è stato un momento molto bello e io ho scelto un paio di racconti da questo volume, e mentre li sceglievo me lo sono riletto tutto. Le storie si susseguono in maniera rutilante, si ride e si pensa. Per me questo libro è Stefano Benni. Grazie SB, ci mancherai!
Per uno dei book club cui partecipo ho letto Dio di illusioni di Donna Tartt, di cui avevo già letto Il Cardellino - che pure consiglio. Nonostante una traduzione criminale, il libro è davvero bello, lei scrive in maniera incredibile e anche la storia si dipana in maniera avvincente. Peccato che nessun editor abbia avuto il coraggio di dirle che con 200 pagine in meno saremmo davvero davanti a un capolavoro assoluto, così invece risulta un ottimo libro che aveva potenzialità maggiori. Alcuni personaggi riusciti, altri molto meno, bella l'atmosfera del campus, ma in definitiva un romanzo cui manca qualcosa.
Venivamo tutte dal mare di Julia Otsuka l'ho letto su suggerimento proprio di Antonella (quindi questo libro non posso ri-consigliartelo): è davvero molto particolare sia a livello stilistico, sia a livello di storia che viene narrata. Iniziamo da qui: non ne sapevo nulla, quindi come sempre in questi casi il fascino è duplice, perchè si tratta davvero di scoprire una situazione molto particolare e che non sospettavo fosse accaduta. Sotto il profilo stilistico, l'autrice ama utilizzare anafore per riprendere concetti medesimi da più lati: a livello teorico pensavo mi infastidisse e invece si rivela estremamente efficace per fare breccia con un concetto. 
Sempre per parlare di rapporto tra forma e contenuto, non c'è nulla come uno dei libri dell'anno, che ho faticato a non mettere nella top-3, vincitore del Booker Prize e libro di cui hanno parlato tutti: Nella carne di David Szalay. Per me si tratta di un’indagine sullo scarto tra il vivere gli eventi e la capacità di abitarli attraverso il linguaggio. Il protagonista, István, attraversa decenni di storia restando però in un’"opacità riflessiva": la sua esistenza rimane aderente alla carne (come da titolo), senza mai elevarsi a coscienza narrante o condivisa. Lo stile sobrio e neutro dell'autore rispecchia perfettamente l'interiorità muta di un uomo che non problematizza la realtà, limitandosi a un "per me ok", la sua battuta più caratteristica. Mai come in questo caso il rapporto stilnovistico tra significante e significato emerge in tutto il suo potere, con la lingua che si adegua al narrato e al vissuto di István. Ne ho scritto diffusamente su Orione, qui: https://www.fondazionesinapsi.it/orione/vivere-senza-dirsi-nella-carne-di-david-szalay/
Ed eccoci al podio! Al terzo posto, uno dei miei autori-feticcio, Michele Mari con il suo bellissimo (e candidato al Premio Strega) I convitati di pietra. Premetto che - come noto - sono un fan della prima ora di Michele Mari. Lo trovo unico in Italia per la sua capacità di scrivere libri sempre diversi pur attraversati da alcuni temi costanti, per la sua scrittura al contempo erudita e godibilissima, per la sua capacità di farti sentire ignorante perché non cogli tutte le citazioni che fa ma anche intelligentissimo e colto perché ne cogli alcune. In questo caso l'idea di partenza è assolutamente geniale, i personaggi caratterizzati meravigliosamente (con le punte straordinarie di Brodo e Semprini), il racconto scorre meravigliosamente. Da leggere, ringraziando commossi il fatto che Michele Mari esista e scriva per noi. 
Al secondo posto, una delle scoperte di quest'anno, di cui sto leggendo anche il libro più recente, ovvero Dario Ferrari. La ricreazione è finita è davvero un gioiello, capace (e alla mia età è sempre più difficile) di farmi ridere di gusto pur non essendo un libro da spanciarsi. Un po' perché invecchio, un po' perché so più cose di prima, ma è sempre più raro leggere un libro che sappia davvero divertirti. Questo romanzo (corposo, ma che scorre in maniera notevole) mi ha sorpreso: offre spunti di riflessione - e non pochi - anche in senso metaletterario, parla di letteratura facendo ottima letteratura. Ma parla anche di un mondo, quello universitario, che conosco molto bene, perché ci sono immerso (da studente, poi assegnista, poi dipendete dell'università e professore a contratto) da circa 30 anni. E lo fa bene, facendoti sorridere mentre pensi, con una scrittura molto solida e piacevole. Il protagonista è un personaggio di quelli che ti ricordi, così come gli altri personaggi, anche quelli un po' stereotipati. E anche il successivo libro, che ancora devo finire e quindi commenteremo il prossimo anno sembra confermare il talento di Ferrari.
And the winner is... Lea Ypi e il suo Libera, altro libro letto assieme al Book Club Polimi. Un libro che ha fatto scattare l'allarme capolavoro: è scritto benissimo (complimenti di cuore anche alla traduttrice) e narra con gli occhi di un'adolescente, Lea, quindi gli occhi dell'autrice, la transizione dal socialismo albanese al libero mercato. Per chi ha la mia età, la scena dell'arrivo della Vlora al porto di Bari, con la gente letteralmente assiepata sui ponti della nave è qualcosa di indimenticabile, che di fatto diede il via alla "caccia al migrante" cui ancora assistiamo e pose le basi dell'agenda politica in tal senso. Il punto più doloroso, a mio avviso, è il clamoroso voltafaccia dell'occidente, che finché si trattava dei fuggitivi isolati ha celebrato come eroi i fuoriusciti dal regime, ma quando poi si è trattato di essere d'aiuto alla transizione, ha lasciato che l'Albania scivolasse nella guerra civile. Quando parla del 1997, anno della guerra civile è particolarmente intenso: non è straziante, ma l'occhio si fa lucido. Così come sul finale. Anche su questo libro ho scritto più diffusamente su Orione: https://www.fondazionesinapsi.it/orione/libera-diventare-grandi-alla-fine-della-storia/

E con questo abbiamo terminato: passate una felicissima estate, cara Antonella e cari i miei altri 24 lettori, e se vi imbattete in libri che volete consigliarmi, sarò qui ad attenderli! 

giovedì 20 gennaio 2022

La tirannia del merito - Michael J. Sandel

Un libro notevole, da leggere

Saggio filosofico molto acuto, che spiega con la retorica del merito un po' dei paradossi che stiamo vivendo in questi tempi oscuri. L'autore è ovviamente concentrato su ciò che accade negli Stati Uniti, ma non è impossibile (anzi...) leggere in filigrana i concetti universali che esprime e adattarli alla nostra realtà. La preoccupazione che filtra è la preoccupazione che dovrebbe animare ciascuno di noi, così come dovrebbe portarci a riflettere. Una lettura che fa veramente bene, la filosofia come dovrebbe essere davvero oggi, una voce che non ha paura di parlare e di prendere posizione.

4,5 stelle e super grazie Antonio per il regalo di compleAldo! 

giovedì 21 settembre 2017

Erasmus tardivo a Stoccolma: Day 5

Un'altra giornata di duro lavoro in quel di Stoccolma per il vostro manager didattico preferito: oggi ho incontrato tre persone davvero super appassionate del proprio lavoro di docenti e convinte di potere e dovere fare qualcosa per migliorare ulteriormente. La cosa comica, in un certo senso, è che sono persone che fanno già didattica in maniera nuova e straordinario quelli convinti che si possa fare meglio, ma tant'è, sappiamo tutti che convincere i dinosauri ad evolvere è un problema insormontabile...
Il primo docente con cui ho parlato è un prof. di structural mechanics, che mi ha portato a visitare il suo laboratorio, in cui convivono ricerca su oggetti di ferro giganteschi con quelli sulla carta o - ancora più pazzesco - sulle strutture biologiche. Ad esempio fanno esperimenti per capire quanto sia possibile per un'arteria contorcersi o stirarsi prima di rompersi. Pazzesco. Il nostro interpreta il suo lavoro di docente in maniera molto flipped e ogni anno sciocca i suoi studenti dicendo che se non parteciperanno in maniera attiva, lui avrà pochissimo da insegnare loro. Poi li stimola a proporre problemi complessi che si traducono poi in prototipi (che vengono poi proposti a aziende!) o in modelli matematici ottimizzati. Ovviamente il problema è la scalabilità: il corso funziona con 20-25 studenti, ma quest'anno ne avrà 45 ed è un po' preoccupato. Mi ha promesso che mi fa sapere.
Ho poi parlato con una prof. di matematica che mi ha descritto un'idea pazzesca che si chiama OpenEntrance. In pratica la sua idea è che quando uno studente delle superiori arriva all'università non sa quasi nulla delle materie che studierà, quindi non è pronto a fare una scelta consapevole sul tipo di ingegneria che vorrà studiare. OpenEntrance permette di avere un primo anno molto di base, che pospone la scelta al secondo anno. Un'idea pazzesca nella sua semplicità ma secondo me geniale. Devo raccontarla bene anche da noi, perché secondo me ha davvero molto potenziale.
Infine, dopo un pranzo in una vecchia stazione adattata a ristorante che sembrava arrivare direttamente dagli anni 40 senza aver subito la modernità (dove ho mangiato una zuppa di piselli e purscell che è un piatto tradizionale, che i nonni svedesi mangiano una volta alla settimana (al giovedì! Come giovedì gnocchi da noi!) davvero molto buona) ho incontrato un uomo davvero straordinario, che si occupa di Education engineering.

Un incontro illuminante! In pratica lui si occupa da un lato di formazione allo staff di docenti (n.d.A. per diventare associato devi spararti 15 cfu di education da queste parti, non so se rendo l'idea) e dall'altro di lavorare direttamente con gli studenti per trovare strategie più efficienti di insegnamento/apprendimento. Abbiamo disegnato assieme alla lavagna e discusso per un'ora e mezza, è stato davvero super. Qui sotto il risultato della discussione...

Poi le colleghe del KTH (eccezionali, non le ringrazierò mai a sufficienza per l'incredibile ospitalità che mi hanno riservato) mi hanno fatto la sorpresa di organizzare una cena tutti assieme per me... in un ristorante italiano. Ho così provato la pizza di Stoccolma. Sorvoliamo (una sola parola: finocchi), però il locale era stupendo, vicinissimo alla City Hall, proprio a bordo acqua, con una vista spettacolare.

Ah un'altra cosa importante. Ieri sera ho cenato da Herman's che è un buffet vegetariano a Sodermalm. Ecco, se sei finito per caso su queste pagine e stai cercando un posto dove andare a mangiare a Stoccolma senza farti derubare e mangiando davvero bene segnati questo indirizzo: Herman's. Di solito non amo (non più) gli all-you-can-eat, ma il vegetariano in questione ha fatto eccezione. Qualitativamente delizioso, collocato splendidamente a picco sul mare, staff gentilissimo e cibo a volontà. Davvero buono: metà delle cose che ho mangiato non ho capito cosa fossero, ma erano eccellenti. Per la modica cifra di 20 euro + 6 euro per una birretta. Cifra che a Stoccolma è davvero estremamente bassa. Segnatevelo!



mercoledì 20 settembre 2017

Erasmus tardivo a Stoccolma: Days 3 and 4

Ed eccoci alle note di giornata del terzo giorno e del quarto a Stoccolma. In questi due giorni il lavoro coi colleghi del KTH è entrato nel vivo, motivo per cui stasera sono letteralmente sfinito. Giornate lunghe, impiegate a discutere con varie persone in inglese e devo confessare che la faccenda mi stanca molto, arrivo a sera sfinito. Contento, ma sfinito!
Ieri mattina tour del campus: l'area che occupa è grande quanto Gamla Stan, la città vecchia di Stoccolma. Quindi molto grande! Grazie ai miei ospiti sono potuto anche salire sulla torre dell’orologio che accoglie gli studenti all’ingresso (che che suona ogni ora per i cambi di lezione), vista dall’alto incredibile su tutta la città!

Poi ho incontrato il coordinatore di un corso di studi, un docente super innovatore che sta cercando di flippare un’intera scuola di ingegneria, il team che si occupa degli studenti con disabilità e una docente che si occupa di laboratori didattici di acustica e controllo delle vibrazioni. Ho visitato una stanza senza eco (incredibile, faticavo a sentire la voce di una persona a due metri da me!) e chiacchierato, chiacchierato, chiacchierato!

Oggi ho conosciuto la persona che si occupa di studenti in scambio internazionale, un docente che ha conosciuto personalmente Eric Mazour (idea super interessante: mandare docenti interessati a Stanford, o al MIT a conoscere alcuni guru della didattica innovativa: al KTH lo fanno, e chi visita questi luoghi torna con un entusiasmo senza uguali!), un ex astronauta (vero davvero! uno che è stato due volte nello spazio, e adesso insegna life support systems per space engineering ed è autore del primo mooc realizzato dal KTH) e un docente di robotica, che oltre ad avermi fatto visitare il suo laboratorio e presentarmi i suoi robot, mi ha raccontato alcune cose incredibili su un suo progetto di didattica progettuale.

Cose che ho imparato (in ordine sparso):
- la flipped classroom non ha bisogno per forza di video e di tecnologia. Come ben sa chi ha studiato in facoltà umanistiche, funziona ottimamente coi libri
- Ho visto un sistema di elearning basato sui video con un bellissimo pulsante “i’m confused”, che traccia il momento del video in cui uno studente lo preme e permette perciò - su base statistica (quanti studenti lo hanno premuto durante un certo argomento) - di capire quali parti delle video-lezioni siano chiare e quali no
- le nostre MSc sono molto teoriche, mentre quelle USA e estremo-orientali sono più con un taglio pratico e di ricerca. Questo significa che i nostri laureati sono sì più preparati, ma meno pronti al lavoro di ricerca. Questo perché noi pensiamo al 3+2 = 5 + eventualmente un dottorato, mentre altrove pensano al 3 e poi a un 2+3 per chi è interessato alla ricerca. Un punto di vista che mi ha molto colpito e affascinato
- nello spazio è molto facile perdere l’udito o comunque subire una drastica riduzione dello stesso
- gli astronauti hanno il telefono che squilla in continuazione (e chi ti chiama può essere per esempio il console russo in Svezia, giuro, mica zio Paperino)
- quando sei in una situazione come quella dell’Erasmus STT e qualcuno bada a te, è una cosa commuovente
- Eduroam è davvero una delle invenzioni più meravigliose che l’uomo abbia realizzato. Home is where the wi-fi is, e con Eduroam ciò significa ovunque ci sia un’università, un’ente di ricerca, una scuola evoluta…

Altre cose buffe accadute in questi giorni, di cui vi voglio parlare:
- vi confermo che Stoccolma è stupenda, ha alcuni scorci davvero sconcertanti per bellezza, però è freddissima (grazie maglione nuovo comprato appositamente!) e davvero il posto più caro della terra.
- oggi a colazione ho assaggiato, all’età di 42 anni, le uova bénedict. Se ami i peanuts capisci perché la cosa mi abbia emozionato così tanto. Ciò detto, due uova bénedict col salmone e un caffè 15 euro. Roba da chiamare i vigili!
- le polpettine svedesi che si mangiano all'Ikea (che lì sono orribili, diciamoci la verità) nella versione da ristorante un po' à la page di Stoccolma sono decisamente meglio. Buone sarebbe una parola grossa, ma decisamente meglio sì.

- in 4 giorni che sono qui, non ho ancora visto una corona svedese. Nessuno usa il denaro contante, si paga solo con carta di credito. CI sono un sacco di posti cashless, dove è vietato pagare in contanti. Sconcertante, comodissimo, ma pensate che caos se va via la corrente o ti si smagnetizza la carta! Le colleghe mi dicevano che anche le banche sono cashless e se per qualche motivo hai bisogno di contanti, lo devi ordinare in anticipo!

lunedì 18 settembre 2017

Erasmus tardivo a Stoccolma: Day 2

Eccoci di ritorno dalla gelida Stoccolma per il secondo giorno da queste parti, il primo di lavoro. Iniziamo dal clima: mi sono fidato delle app di meteo che davano una temperatura oscillante attorno ai 12-15 gradi e mi sono portato vestiti di conseguenza (maglioncini di cotone, felpe...). Mal me ne incolse: forse la temperatura sarà anche quella, ma quando inizia a tirare vento (spesso) sembra di morire surgelati. Oggi ho approfittato per acquistare un meraviglioso maglione svedese in supersconto (chissà perché, è stupendo).

Ciò detto, stamattina mi sono svegliato all'alba, in tempo per una bella corsetta cittadina (dove ho battuto tutti i miei record, sarà per il gelo che mi spingeva a correre forte?), la colazione del mio Generator Hostel (di cui poi vi parlerò) e via verso il KTH.
La struttura del KTH è notevolissima, con l'Entré tutta di design, moderna e insieme antica (il campus ha 100 anni, funzionale). I colleghi e le colleghe che ho incontrato oggi sono stati gentilissimi e super ospitali e mi hanno portato in giro per il campus per tutto il giorno e parlato, parlato, parlato (in inglese, ovvio: che fatica!).
Appena entri, il bar!

Esperienze come queste ti fanno capire quanto è meravigliosa l'unione europea e quanto sia incredibile il programma Erasmus, anche nella sua versione per tardivi. Alla fine è innegabile che i problemi che abbiamo sono gli stessi, fatta la tara alle specificità nazionali, e il mercato in cui ci troviamo a competere è sempre più lo stesso (anche se non invidio un eventuale studente del KTH: i prezzi svedesi per qualsiasi cosa sono un vero incubo).
Domani entreremo più nel dettaglio delle faccende che mi interessano (didattica innovativa), oggi è stata più una giornata introduttiva. Ah, nota interessante: alle 16 qualsiasi cosa succeda, l'università si svuota. La gente se ne va a casa ed è sempre così. Ho chiesto, mi hanno raccontato che loro magari guardano la mail anche da casa, ma il tempo libero è per loro sacro e non accettano di farselo ridurre. Alla fine i lavori (così dicono loro) sono calibrati per occuparti il giusto tempo e non per sovraccaricarti. Mi brillavano gli occhi mentre me lo raccontavano...
A quel punto ho fatto un po' di turismo, andando a Gamla Stan, la città vecchia, a vedere un po' di negozietti di design svedese (guardate il divano della foto, che ora abita nei miei sogni) e a comprare qualche souvenir. Così anche oggi siamo arrivati a quasi 20 km di passeggiata!



Ah dimenticavo! A pranzo ho mangiato una zuppa di pesce talmente buona che mi ha riconciliato con la cucina svedese. Mi sono segnato il posto: se venite a Stoccolma, si chiama Kajsas Fisk (http://kajsasfisk.se/), è aperto solo fino alle 18 ma è assolutamente da visitare!

Prima di salutare i miei 25 lettori, una nota di merito sul Generator Hostel. E' un ostello di nome, ma di fatto non lo è, rispetto alla nostra concezione di ostello, per lo meno: pulitissimo, bellissimo, curato, tutto di design...l'unica cosa la camera è condivisa. Io ho preso quella da 4, con il bagno privato (riservato a noi 4). Al momento siamo 3, quindi ancora meglio. La camera è molto bella e i letti a castello (io ho vinto quello di sopra...) solidi e comodissimi. Gli spazi comuni sono vivaci e colorati, c'è anche la cucina che inizia con la colazione (non a buffet, ma coi piatti preparati e sono piuttosto buoni) e poi fa anche pranzo e cena per prezzi super popolari (cioè, da noi sarebbero da ristorante di fascia media, ma qui sembrano miracolosi. Vi ho già detto che è tutto carissimo?).
Insomma, per una visita a Stoccolma, un indirizzo da non perdere. Ci sono anche camere doppie (un po' più care, è ovvio!)


domenica 17 settembre 2017

Erasmus tardivo a Stoccolma: Day 1

Come ho scritto stamattina dall'aereo, eccomi a Stoccolma per la mia settimana di Erasmus Staff Training. Arrivo al mattino all'alba, ovviamente essendo partito alle 6, al mio Generator Hostel (ebbene sì, sono in ostello e pure in camera condivisa - la borsa è piccola e la gente mormora!). C'è da dire che per essere un ostello il Generator è di una classe impressionante, tutto design, pareti colorate, poltrone comodissime... insomma, pezzente ma con stile.


Prima di arrivare scopro la magia dell'Arlanda express. Avete presente il Malpensa express? Ecco, non c'entra niente. L'Arlanda Express è un trenino giallo che collega l'aeroporto di Arlanda al centro cittadino, ma è veloce come un Frecciarossa. E infinitamente più comodo. E il wi-fi a bordo funziona anche a 300 all'ora (avevo il sospetto fosse il wi-fi frecciarossa a fare orrore di suo e non dipendesse dalla velocità del treno). Siccome le cose belle si pagano, costa uno sproposito, 28 euro one way, 56 A/R. Così capisci da subito come sono i prezzi locali, e non resti sorpreso all'arrivo in città. Ma torniamo al Generator. Bellissimo, tutti molto simpatici e supergiovani, ma ovviamente non disponibili a accogliermi nella mia stanza alle 9 del mattino. In compenso mi hanno fatto depositare la valigia in un comodo armadietto e ciò mi ha consentito di lanciarmi nella visita culturale della città.
Stoccolma è bellissima, lo sapevamo, ma quando arrivi ai canali (che sono giganteschi, dei veri e propri fiumi cittadini) ti stupisce. La domenica mattina non c'è in giro nessuno e mi sono potuto godere gli ampi spazi in santissima pace. A parte il dramma del freddo: nonostante i suggerimenti di Anna (santa donna!) ho fatto di testa mia vestendomi appena-più-pesante che a casa. Temo che nei prossimi giorni la stupidità di tale scelta verrà ulteriormente esplorata dal vostro eroe, male che vada avrò una scusa per fare shopping...



Mi dirigo verso la zona dei musei, passando solo per un attimo da Gamla Stan, la città vecchia. Voglio approfittare del mio giorno da turista al meglio. Prima tappa il Moderna museet, museo di arte moderna e contemporanea. All'ingresso un giardino delle sculture dove ti accolgie Calder, ma soprattutto una delle creazioni divertenti e allucinate di Niki de Saint-Phalle e Tinguely. Dentro la collezione, gratuita, ha poche opere ma di grande spessore, con Picasso, Magritte, Dalì, De Chirico, Balla, Matisse, Pollock...insomma, vale la visita - anche in considerazione del fatto che è totalmente gratuito, salvo le mostre temporanee.



Uscendo, sono oramai le 13, odo un languorino e un profumo non malvagio, decido così di provare il brunch del ristorante del museo. Tra l'altro il prezzo è invitante, per gli standard locali (24 euro per un buffet, ci può stare. A casa griderei allo scandalo). Iniziamo dalle cose positive: il salmone è ottimo sia nella versione tartare a cubettoni giganti sia nella versione alla griglia. Fine delle buone notizie, il resto è tanto bello quanto pessimo. Roba da denuncia per tortura. Ci sono verdure che ancora ancora si salvano ma sulla carne è meglio sorvolare. Anche il dolce, una specie di mousse au chocolat ci fa capire perché nessuno venga in Svezia alla ricerca delle meraviglie della gastronomia.


Ciò detto, con la panza piena di salmone, si ragiona meglio, al punto da decidere di andare al Vasa museet. E qui il nuovo psicodramma: il museo è a circa 70-100 metri in linea d'aria da me, lo vedo...ma c'è in mezzo un enorme corso d'acqua, poiché trovasi a Djurgården, mentre io sono a Skeppsholmen, ovvero un'altra isola. Chiedo a Google (che meraviglia il roaming europeo!) e scopro che dovrò fare un giro dell'oca per evitare l'acqua (o nuotare) mettendoci circa 35 minuti! E vabbé, gambe in spalla e via verso il Vasa!



La storia di questa incredibile nave da guerra, costruita nel 1628 è notevole nella sua sfiga e somiglia un po' a quella del Titanic: doveva essere la nave più spettacolare e potente della sua epoca, aveva a bordo 64 cannoni, era tutta istoriata, insomma doveva essere la punta di diamante della marina svedese, solo che il suo viaggio inaugurale è durato poco meno di un km, dopodiché si è inclinata e inabissata in pochissimi minuti. Le malelingue sostengono che la causa sia stata la volontà del Re Gustavo II Adolfo Vasa di ritoccare il progetto del galeone, interferendo continuamente nella sua costruzione (scopro che a chi chiedeva come mai fosse afondata un notabile di corte rispose "solo Dio...e il Re possono saperlo!"). Insomma, in ogni caso il Vasa cola a picco, e lì rimane per 300 anni e passa, fino a quando negli anni 60 viene ripescato con un sistema di carrucole e cavi di acciaio e portato alla luce: è uno spettacolo! Il museo a lui dedicato è ottimamente congegnato e permette di godersi l'esperienza al meglio, vedendo il Vasa da vicinissimo su più livelli, dalla chiglia alla bellissima parte posteriore istoriata di statue lignee..
A questo punto però il vostro reporter svedese - che ricordiamolo, è sveglio dalle 3,30 - inizia ad essere stanchino...e così sempre grazie a Google, scopre che l'ostello è mooooolto vicino, a soli tre km e mezzo. Arrivo stremato e decido di consegnare ai poteri queste breve righe, svenendo su un divanetto della hall. Domani inizia la parte lavorativa dell'Erasmus, sarà meglio riposare un po'! Per il primo giorno 15 km di passeggiatina possono essere sufficienti, che ne dite?

giovedì 17 novembre 2016

In diretta da una leadership school

Sto seguendo una leadership school su come le università stanno modificandosi o dovrebbero modificarsi per supportare le trasformazioni della società e della formazione digitale (D-TRANSFORM).
Sta parlando un Associate Dean (Vijay Kumar) del MIT e capisci perché sono l'Università più cool del mondo...

Ha appena raccontato che loro avevano alcuni problemi di occupazione aule e hanno risolto con la flipped classroom: usando video da guardare online con auto-grading alla fine hanno liberato aule per una quantità impensabile di ore (tipo il 50%!)

Hanno poi scoperto che fare lezioni più brevi previene lo spegnimento del cervello (mind wandering) Guardate questa slide, con le motivazioni biologico-neurali della cosa (impressionante: si basano non su una sensazione ma su studi sul cervello! Hanno un gruppo di studi interdisciplinare che studia le reazioni fisico-biologico-neurali...)



Infine hanno scoperto che la cosa più efficace è fare lezioni brevi con minitest in classe (tipo kahoot) e poi discussione in classe, per migliorare e di molto il mantenimento delle informazioni nella testa.

Credo sia importante ragionare, all'università, ma anche nelle scuole, su tutto ciò...

martedì 24 maggio 2016

Webinar sul MiniMapathon tenuto per la Denver University e Geo for All

Con i colleghi di GEOLab abbiamo tenuto un webinar per Geo for All e per l'università di Denver. Abbiamo parlato del MiniMapathon, di come lo abbiamo realizzato, dei risultati didattici conseguiti e della validazione. Il tutto è diviso in due parti (io sono al minuto 20 della prima parte):




venerdì 19 febbraio 2016

Lo sguardo capovolto - convegno sulla Flipped classroom

Lo sguardo capovolto
Secondo convegno nazionale sulla classe capovolta
Roma, 19 febbraio 2016 - Biblioteca Nazionale Centrale
Guarda (e scarica) la mia presentazione "Oltre la flipped classroom"

Segui qui lo streaming del convegno:

sabato 30 maggio 2015

Stefano Pivato - Al limite della docenza

Quanta realtà!

Libretto scritto da un ex Rettore, presenta una piccola, tragicamente divertente antropologia del docente universitario. Per uno che - come me - vive da più di 20 anni (tra due lauree da studente, 10 da ricercatore e 5 da tecnico) all'interno di questo mondo non c'è nulla di nuovo, ma il modo spietato in cui l'autore descrive vizi e storture dell'Accademia è molto lucido.
Ciò che ho apprezzato di più però è che questo non è un pamphlet accusatorio di quelli che lasciano il tempo che trovano (o che generano solo vuoto odio verso una classe percepita come di "fannulloni" privilegiati. L'autore sa benissimo - e ciò traspare nelle pagine - che in mezzo a tante storture, l'Università italiana riesce a far crescere incredibili talenti: la fuga di cervelli, tanto apprezzati all'estero non è un caso! Proprio per questo il j'accuse di Pivato è in realtà un atto d'amore verso l'Università, un atto d'amore che grida "se continuiamo così, non abbiamo futuro!" e mette sul piatto temi che l'Università al più presto dovrà affrontare in un percorso di rinnovamento difficile quanto urgente.
Certo, se il rinnovamento passa da riforme criminali, come la legge 240 altrimenti detta riforma Gelmini, la paventata fine si avvicina, anziché essere evitata!
Ah una curiosità: ovviamente tra i tipi umani che Pivato descrive è impossibile non riconoscere docenti ben noti, che popolano il Moltearti di Milano... con dettagli a volte impietosi e ritratti così precisi che non sai se ridere o piangere!
Un ringraziamento a Monia per avermi prestato il libro!
4 stelle

domenica 8 marzo 2015

Quinta e ultima puntata: dal puntare al Casinò ad una puntatina a NewYork!

Ed eccoci arrivati, adorati 25 lettori all'ultimo episodio di questo viaggio di lavoro per la conferenza SITE2015, che ho cercato di raccontarvi usando queste pagine (o questi post?).
La conclusione dell'avventura si preannuncia cerebralmente precaria: sono ad una bancone di un bar all'aeroporto JFK di New York, mentre sorseggio l'ennesimo caffé-beverone nella speranza di stare sveglio fino all'imbarco del mio volo. Non dormo in un letto da circa 36 ore, quindi portate pazienza!

Dunque come sapete ho abbandonato la folle città di Las Vegas e sono arrivato stamattina alle 5,30 (dopo aver dormicchiato in volo, per fortuna, ma in posizione piuttosto scomoda e precaria avendo di fianco una signora che condivideva con me un aspetto fisico diciamo cicciottello). Ho recuperato la mia valigia, l'ho portata al deposito bagagli - se vi dovesse servire se ne trovano uno al terminal 1 e un altro al terminal 4 - dove per 11 dollari si sono occupati di custodirla e mi sono lanciato verso la grande mela. Prima però di consegnare la valigia c'è stato il prestigioso momento "interrail": nel bagno dell'aeroporto ho provveduto a cambiarmi maglietta (da maniche corte a lunghe), maglione (da cotone a lana), calze (da corte a lunghe) e - udite, udite - pantaloni, da leggerini a vellutino, per finire con il passaggio da una giacchettina leggera antivento ad un giaccone bello imbottito - sempre sia lodato, perché mi ha salvato. Ho lavato i denti, la faccia...insomma, sembravo un po' un homeless, ma la cosa è stata persino divertente. 
Per fortuna La mattina era meravigliosa e tersa, ma la temperatura proibitiva: un simpatico -10, grazie giaccone perché mi proteggi, grazie santa e saggia moglie per avermi ficcato in valigia guanti e berretto di lana/pile! 
Primo suggerimento furbo: dal jfk un meraviglioso trenino (airtrain) conduce il viaggiatore alle stazioni della metro Howard beach sulla linea A oppure Jamaica station sulle linee E, J, Z. Comodo, no? Si, ma lunghissimo... e allora il trucco del giorno è, una volta arrivati a Jamaica station, quello di prendere il treno LIRR fino alla Penn Station, in pieno centro di New York. Ci mette solo mezz'ora (contro l'ora e mezza circa della metro, ho fatto il confronto al ritorno).
Ah un'altra cosa: questi cornuti della MTA (che sarebbe l'ATM-like di New York, giusto con qualche linea e un filino di efficienza in più...) hanno eliminato il biglietto giornaliero. Per cui se si sta un giorno solo a New York conviene fare la Metrocard pay-per-ride da 10 $, che a me è abbondantemente risultata sufficiente. Ciò detto, dalla Penn Station non sono neppure uscito (anche se fremevo...) e mi sono diretto con la metro 1 verso il World Trade Center, ero davvero curioso di vedere il nuovo grattacielo più alto della città, che sorge dove una volta erano le Twin Towers. L'impatto, appena uscito dalla metro a Canal street (per gli appassionati di cinema: da qui in giù è il quartiere di TriBeCa, ovvero Triangle Below Canal, famoso anche per il festival del cinema omonimo) è semplicemente mozzafiato. Un po' per il freddo, un po' perché gil da Canall street One World Trade Center è colossale. Sembra non finire mai. Inizio a camminare per avvicinarmi, e mi ricordo che le distanze in questa città sono ingannevoli...sembrava lì a un passo, e invece si deve camminare un po'. Arrivato sotto ho modo di notare che la piazza è ancora parecchio sottosopra (stanno ultimando il memoriale e un paio dei nuovi grattacieli del complesso, quindi c'è decisamente casino), ma non riesco quasi a notarlo, perchè da sotto il nuovo grattacielo ruba lo sguardo.
Non finisce mai!

Sembra stagliarsi nel cielo come una freccia, che si appuntisce verso l'alto (effetto ottico notevolissimo, che si ripete su tutti i lati) e soprattutto lo sguardo fatica ad abbracciarlo. Non è imponente come l'Empire State Building, perché è più slanciato, ma non puoi non accorgerti del fatto che sia più alto. Bellissimo. La neve rende la visita a Ground Zero (che avevo visto nel 2005 e che trovo molto diverso da allora) poetica e commuovente. Mentre sei qui ti viene voglia di prendere a testate i complottisti che sostengono che l'11/9 sia una montatura. Poi lo so, ogni giorno muoiono milioni di persone nel mondo, molti di più di quanti ne siano morti quel giorno, ma questa città - che ci piaccia o meno - rappresenta qualcosa di unico nella nostra cultura (anche a causa della colonizzazione culturale che gli USA hanno di fatto operato): ogni angolo ti sembra già visto, perché ti ricorda decine di film, telefilm, ecc... Ciò detto, il memoriale è molto sobrio e piuttosto toccante, con due piscine di onice in cui l'acqua cade verso il centro della terra. 
Memoriale

Arrivo fino a Battery park per fare ciao ciao con la manina (da lontano) alla Statua della Libertà, ma il freddo sullo Hudson è seriamente improponibile, torno verso il vetro e il cemento di lower Manhattan!

Riprendo la metro e scendo tra Broadway e la 23, ossia nell'angolo in cui troneggia, nel suo fascino inarrivabile uno dei primi grattacieli newyorkesi: il Flatiron building, con la sua forma a ferro da stiro. 

Vogliamo parlare del Flatiron?

La luce luminosa e tersa lo rende ancora più bello, e fa luccicare i suoi vicini. Mi giro verso la Quinta strada, e la mole massiccia dell'Empire State Building mi si para davanti. 
Impossibile non riconoscerlo!

Mi incammino sulla Quinta, dopo aver capito con estrema chiarezza la assoluta necessità, in una giornata come oggi, dell'orrendo beverone bollente che è il caffè americano e che tutti stringono nella mano mentre passeggiano. Questo sarà il primo dei 5-6 che mi accompagneranno - scaldandomi e pompando caffeina nelle mie vene - lungo la giornata. Risalgo tutta la quinta strada godendomi, col naso all'insù la meraviglia verticale di questa città. In 10 anni, molto è cambiato, ma molte sagome continuano ad essere al loro posto: quando ti giri e vedi il Chrysler Building, coi suoi doccioni inquietanti e la sua cupola meravigliosa, ti immagini che l'uomo ragno possa passare da un momento all'altro...

Arrivo fino a Central Park (e sento nelle orecchie l'inizio famoso "ladies and gentlemen, Simon and Garfunkel", prima che attacchino Mrs Robinson), faccio tappa per riposarmi un po' al più famoso Apple Store del mondo, poi mi sposto sulla Sesta per ammirare qualche altro grattacielo. Ero in dubbio se passeggiare un po' a caso come sto facendo o fare piuttosto una visita al MoMa, ma la giornata di sole e questa città senza eguali al mondo mi trasforma immediatamente in un flâneur. Arrivo a Times Square e ai suoi cartelloni luminosi. La fame si fa sentire, come resistere all'insegna "Dallas BBQ", che campeggia sulla 42ma? Era il mio posto preferito quando ero venuto 10 anni fa, e si conferma di livello mondiale, con le ribs di porcello letteralmente immerse nella salsa BBQ ed un cono mostruoso di onion loaf (non sono riuscito a finirli, ed era la porzione small...)
Una TORRE di cipolla fritta! Gosh!

Ho tempo per un po' di shopping ancora, mentre percorro tutta Broadway (per digerire quel popò di pranzo, mi costringo a farla a piedi dalla 42ma alla 14ma, il che vuol dire davvero TANTO) per andare a prendere la linea L che mi porterà, dopo incrocio con la J, a Jamaica beach (mettendoci una novantina di minuti, come dicevo prima, facendomi passare tra le casette tutte uguali tra Brooklyn e il Queens).

Ora ho un sonno pazzesco e sono davvero stravolto (e non credo che il mio vicino di aereo sarà felice di accorgersi che l'ultima doccia risale a 30 ore fa...ho cercato, ma al JFK non ci sono docce, come faceva Tom Hanks in quel film in cui rimane confinato per una vita in aeroporto?). Ma letteralmente al settimo cielo. Dopo una settimana nella città più assurda del pianeta (Las Vegas) queste 10 ore a New York sono state meravigliose. Come questa città, pazzesca, indimenticabile, dove voglio tornare al più presto. 
In ogni angolo c'é qualcosa che ti lascia a bocca aperta!

Con questo saluto i miei affezionati lettori e mi accingo a tornare nella madre patria: ci sentiamo da lì! Prima però apriamo lo spazio del dubbio del giorno, che mi torna ogni volta che vengo negli States: perché diavolo nella tazza del water c'è l'acqua alta come a Venezia? Non è bello, soprattutto quando si fa il numero 2, non è bello per nulla!

Ma alla fine, meglio 5 giorni a Las Vegas o 10 ore a New York? Meglio sarebbe 5 giorni e 10 ore a New York!

Un abbraccio caloroso a chi ha letto questi cinque deliranti post. Spero di avervi dato un po' di impressioni che ho vissuto!

venerdì 6 marzo 2015

Follie di Las Vegas 4 episodio

Ed eccoci arrivati al penultimo episodio di questo diario di un (non più) giovane (più o meno) ricercatore a Las Vegas. Sonno le 10 del mattino, ieri è stata una giornata pesante, ma il peggio deve arrivare: per due notti di fila, infatti, sono destinato a dormire in aereo (sperando di riuscirci) a causa della mia pazzia. Infatti stanotte viaggerò da Las Vegas al JFK, sperando che il video dell'aereo che scivola sulla pista e quasi finisce nello Hudson, che circolava ieri - ma era il La Guardia, non il JFK! - sia ormai storia e che abbiano pulito la pista d'atterraggio. Poi passerò l'intera giornata facendo il turista nella Grande Mela (i'm an italianman in New Yoooork) e passerò la notte tra il JFK e Malpensa. Lo so, è un gesto folle, ma l'idea di avere un giorno di turismo nella città più incredibile del mondo mi faceva troppa gola!

Ieri intera giornata dedicata alla conferenza. Sentite moltissime cose interessanti, tra cui spicca l'eccezionale workshop tenuto da una ricercatrice di un'università dell'Ohio, la quale mostrava un set di attività da fare in classe usando Google Drive. Tecnnologicamente banalissima, la faccenda ha però un fondamento pedagogico di tutto rispetto. Grande lavoro preparatorio, ma grande soddisfazione: ovviamente perchè funzioni occorre avere tutta la classe con un dispositivo connesso. Ma qui oramai tutti danno più o meno per scontato il paradigma del BYOD e fine della discussione. Tra l'altro questo genere di attività e il tipo di lavoro che lei fa riecheggiavano anche stamattina nelle parole del Keynote speaker, il prof. Gee, il quale ha affermato:

"Educators don't need to fear becoming redundant unless they limit themselves to what artificial tutors can do"

Un concetto notevole, no? Tornando a ieri, a pranzo abbiamo commesso un grave errore: abbiamo pranzato da hash house a go go, un posto very american che è interno all'albergo (su questo non c'è scelta, il Rio non è sulla strip, ma è in the middle of nowhere e quindi o mangi qui, o devi prendere un taxi per andare sulla strip). I piatti erano degni di man vs food, e decisamente ha vinto il food: abbiamo spazzolato tutto, sì, ma poi eravamo delle mummie, la fase digestiva è stata realmente complicata. Vi do un'idea con un paio di foto
Il mio chicken fried con sopra e sotto di tutto

Il nostro gruppo di italians affronta la situazione

Nel  pomeriggio abbiamo fatto in tempo a seguire un simposio di due ore gustosissimo (ma io morivo di sonno digestivo) sul TPACK model, e ho conosciuto l'altro volto di questo modello pedagogico che è davvero la koiné del periodo, ovvero Mattew Kholer, autore col mio amico Punya Mishra dell'articolo che ha di fatto lanciato il TPACK. Ho così scoperto che noi abbiamo assolutamente bisogno di un modello per inscatolare concettualmente i risultati che otteniamo coi nostri progetti. Qui i numeri che noi facciamo mettono paura: quasi tutti i paper parlano di numeri incredibilmente più bassi. C'è spazio per lavorare su questo aspetto e bisognerà farlo. Questo introduce a un piccolo excursus:

--EXCURSUS--
Come sempre quando vengo alle conferenze recrimino sulla mia storia professionale. Avrei molto da dire e da dare come ricercatore e invece sono costretto per campare a fare il tecnico amministrativo per la maggior parte della mia giornata, lasciando la ricerca confinata alle ultime ore della giornata o al weekend. Forse dovrei provare a fare un PhD, e tornare alla ricerca. O forse c'è qualcosa di intrinsecamente sbagliato, se il mio lavoro di ricerca ottiene riconoscimento a livello internazionale, ma ciò non è sufficiente per garantirmi una posizione di ricercatore a tempo pieno in Italia. Ogni volta mi viene la tentazione di emigrare, ma non ho il coraggio di farlo, e così mi tengo la mia recriminazione e vaffanculo. Vabbé, lasciamo da parte l'amarezza e proseguiamo
-- FINE EXCURSUS--

Alle 5 del pomeriggio i due grandi capi se ne vanno, per tornare in patria e io vado a fare le veci del boss all'incontro tra tutti i responsabili dei SIG (Special Interest Group). Parlo con la responsabile, una sciura molto texana che sia chiama Rhonda e le spiego della nostra idea (che nel frattempo con Paolo avevamo raffinato) di fare a SITE 2016 un simposio sulla World Education (che in effetti è un tema che piace a tutti, ma di cui nessuno, per ovvi motivi, vuole farsi carico). Lei appare entusiasta all'idea...ce la faremo? Vi farò sapere se il prossimo anno visiterò Savannah, la coastal pearl of Georgia.

A questo punto, finally alone, la mia idea è di folleggiare. Vado così con lo shuttle bus sulla strip e mi faccio una camminata infinita (maledizione a me che sottovaluto le distanze, che sono colossali, come tutto in questa città) fino ad arrivare al mitico Bonanza, il negozio di souvenir più grande del mondo...e per vedere le porte che mi si chiudono in faccia! Ma non mi arrendo, sarà mia meta questo pomeriggio. Faccio a questo punto un po' di turismo di alberghi: a Las Vegas, infatti, la cosa da vedere sono i mega alberghi: si può entrare, gironzolare, giocare al Casinò - ma io stavolta ho evitato - e andare al prossimo. Ecco qui una carrellata di follie:
Una  finta cascata al Wynn

Pavimento luminoso al SLS

Stratosphere

Un classico per finire: Fontana del Bellagio

-- UNA RIFLESSIONE GENERALE SU LAS VEGAS --
Per un europeo Las Vegas è assolutamente un posto incomprensibile. E' una non-città, di fatto un ou-topos, in cui la gente viene solo per divertirsi. Voglio dire, lo scopo di un viaggio a Las Vegas è di tuffarsi un una specie di carnevale permanente per adulti (fortunatamente i bambini sono davvero pochi), in cui le regole sono sospese, tutto è gigante, tutto è folle, è letteralmente obbligatorio ubriacarsi, giocare, divertirsi. Non a caso è l'unico posto dove si può bere per strada senza camuffare l'alcool nei sacchetti (e ci sono in giro ragazzotti con beveroni alcoolici alla frutta in bicchieri alti mezzo metro, non sto esagerando), si può fumare praticamente ovunque, compresi i casinò, si gioca, c'è la prostituzione diffusa, con uomini sandwich che vanno in giro coi cartelli "girls directly in your room" ad ogni passo. Per la nostra mentalità un posto dove per legge ti devi divertire e non hai altra scelta, è davvero difficile da capire. Ah e poi ci sono ragazze mezze nude in tutti i casinò. Alla fine la cosa non appare tragressiva, ma solo triste. Voglio dire, manca totalmente il mistero, la sensualità, la trasgressività della situazione. Vedi solo ste poverette mezze nude che servono la birra a dei vecchiacci schifosi che sono attaccati alle slot machines per ore e ore, Scarsa poesia, toro discendente.
Ah e poi tutti vogliono soldi, le maledette tips. C'è lo shuttle gratis dal Rio alla strip, ma se non dai un buck all'autista, ti guarda come un barbone. Prendi un taxi, il conto è 8 dollari? Gliene dai 10 e se li tengono. Mangi al bancone del bar, quindi tecnicamente non c'è servizio? Devi lasciare almeno il 18% di mancia. 
-- FINE RIFLESSIONE GENERALE SU LAS VEGAS --

La lunga camminata mi ha ucciso: decido di tornare in hotel...e mi addormento vestito alle 22,30! Che figura, altro che folleggiare, il quarantenne crolla tragicamente! E senza cena, per colpa del pranzo pantagruelico (ma stamattina mi sono alzato affamatissimo e non ho potuto resistere alla colazione americana con uova, bacon e patate arrosto!)

Vado a fare la valigia: vi aggiornerò presto con l'ultima puntata. E grazie a tutti quelli che stanno seguendo queste note: qualcuno mi ha scritto che le sta gradendo, e ciò mi fa davvero piacere!
Alla prossima!