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lunedì 15 giugno 2026

Ciao Iron e grazie davvero per tutto

“Non c’è più”, queste sono state le prime parole che Iron non ha più potuto sentire, perché la veterinaria che ci ha accompagnato con straordinaria dolcezza e professionalità in questo terrificante e doloroso percorso aveva appena verificato che il suo cuore aveva smesso di battere.

E con quelle tre parole anche il mio cuore ha saltato un battito: come diavolo è possibile? Un’ora e mezza prima stavamo facendo la sua passeggiata preferita, avevamo trovato un bastone e lui lo aveva rincorso con la gioia e la potenza che lo contraddistingueva: felice di per sé, ma felice anche perché noi lo eravamo con lui. Dopo aver fatto le corse matte si è accasciato, senza una ragione apparente e ha semplicemente smesso di camminare. Proprio lui, che sembrava instancabile, sempre disponibile, sempre curioso, sempre pronto per la prossima avventura insieme. E invece non riusciva più ad alzarsi. E allora la corsa a prendere l’auto e poi la corsa alla clinica veterinaria aperta 24 ore. E la frase che non avremmo mai voluto sentire, e la scelta da compiere in pochi minuti, prima che iniziasse a soffrire. Abbiamo scelto l’unica cosa che ci sembrava possibile per come eri tu, mio dolce cane a macchie, l’unica scelta che volesse dire rispettare la tua natura più profonda, la tua anima, non abbiamo voluto regalarci egoisticamente 3-6 mesi in cui ti avremmo salutato, mentre ti sottoponevamo a cure che avresti sopportato con enorme difficoltà e sofferenza. E invece, oggi avevi avuto il tuo cibo preferito, il pollo del mercato. E poi eravamo andati a fare la tua passeggiata del cuore, l’anello tra il campeggio Isolino e il camping La quiete. Avevi corso, felice. Avevi cercato di inseguire i conigli. Eri con noi due, come piaceva a te. Mi hai aspettato, che io tornassi da Delft e la sera prima mi avevi sgridato fortissimo per averti abbandonato tre giorni. E quindi in un’ora e mezza le più tremende delle notizie: un tumore ti cresceva dentro da chissà quando e ti aveva fatto scoppiare un organo, di fatto non lasciandoti scampo. E di questo tumore nessuno di noi ha saputo niente fino a quando abbiamo dovuto scegliere tra un’operazione disperata e dall’esito incerto e salutarti lì, un’ora e mezza dopo averti visto correre dietro ai bastoncini. Non abbiamo avuto tanti dubbi, anche se dire “lasciamolo andare” è stato di una difficoltà inaudita. L’egoismo ti avrebbe tenuto tra le nostre braccia con quel tuo maledetto pelo ispido e duro fino all’ultimo respiro, forse sperando in un miracolo che ovviamente non aveva alcuna possibilità di accadere. Ma Iron, cypo, courgette, cicino, cane runner, come avremmo potuto farti una cosa simile? Proprio a te, che ci guardavi sempre alla ricerca di un segnale che ti facesse capire che cosa avremmo voluto, per accontentarci e farci così provare quello che si prova a essere amati in maniera totale, incondizionata, gigantesca, insensata: non avremmo potuto farti questo torto. E allora ti abbiamo stretto un’ultima volta e ti abbiamo tenuto le zampe nelle nostre mani mentre andavi via piano piano, con dolcezza. E oggi posso solo dirti grazie per questi sette anni e mezzo di amore, di corse, di frisbee, di bagni, di sup, di camminate, di raccogliere le briciole in pasticceria, di viaggi nel van, di te addosso nel letto, della lamentela se non avevi avuto il biscottino dopo cena, delle zampe proiettate verso l’alto mentre dormi, di viaggi in tram, di cene al ristorante con te nei piedi, di camminate in tutta Europa, di dolce follia e di autocontrollo inaudito. Grazie Iron, e vaffanculo per essertene andato così presto, portandoti via una fetta enorme del mio cuore.

lunedì 29 luglio 2024

#iviaggidivanesio vol. 18: la Valcamonica, i camuni, Lovere e zone limitrofe

Da anni e anni desideravo vedere le incisioni rupestri dei camuni, precisamente dalle elementari, quando, per motivi che non ricordo, la mia fu praticamente l’unica classe della storia delle scuole elementari di Cislago che non venne condotta con tanto di torpedone degno dei Peanuts a vedere questa meraviglia artistica dal nostro remoto passato. 

Poi però, si sa com’è la vita, prima o poi ci andrò, prima o poi ci andrò, e quasi arrivo a 50 anni senza mai essere andato - il che è particolarmente scandaloso, visto che da Milano non sono neanche 2 ore di strada.

L’occasione nasce da una corsa: quasi un anno fa mi sono iscritto, affascinato dal nome e dal logo alla Valle dei segni wine trail: un trail di diversa lunghezza (da 55 km - anticamera di morte certa - fino agli 8 km per bambini a cui mi sono iscritto io) che si correva nel 2022 per la prima volta, attraversando parchi rupestri e vigneti. Suonava bene, e in effetti è stato davvero bello. Uniamoci che è caduto all’inizio di un fantastico ponte per Ognissanti, che garantiva 4 giorni di vacanza, ed ecco che la tentazione si è fatta irresistibile.

 


Il trail partiva a Darfo Boario, ridente località termale della Valcamonica, noi abbiamo trovato posto in una bella area camper a Costa Volpino, sul lago d’Iseo, a due passi da Lovere - altra meta che abbiamo visitato con grande gioia. L’area camper Costa Volpino merita due righe, in particolare grazie al suo vulcanico gestore, il grande Sergio: gentilissimo, sempre disponibile, si fa un mazzo così per accontentare tutte le richieste. L’area è grande, con oltre 100 stalli, ciononostante esonda di persone e camper, piena oltre ogni aspettativa. Ma anche piena, essendo molto grande, non è sgradevole, anzi… posizione perfetta tra una ciclabile e il lago, con grandi prati e spazi dove far correre il canetto e la bella cittadina di Lovere a 10 minuti, consigliatissima. Al mattino, nei weekend, arriva una signora dalla montagna con salumi, formaggi e salamelle prodotte nella sua azienda agricola: da non perdere! Il giorno di Ognissanti Sergio ha organizzato una grigliata di dimensioni bibliche, con spiedo bresciano, polenta, vino a fiumi e il karaoke finale: ci siamo dati alla fuga, ma il fenomeno è stato sociologicamente da vedere.

La gara si è svolta di sabato e prevedeva il giro del lago Moro, un piccolo lago incastonato in una valle. 8 km di saliscendi tra vigne e aziende agricole che io e Iron ci siamo gustati appieno, divertendoci moltissimo. Dal giorno successivo è partito il tour culturale!

A Capo di Ponte ci sono almeno 4 luoghi imperdibili da visitare, per comprendere appieno la magia delle incisioni rupestri: il parco archeologico nazionale delle incisioni rupestri di Naquane (quello più noto e dove non si può non andare), il suo gemello dei massi di Cemmo, il meno noto parco archeologico di Seradina-Bedolina e il Museo archeologico nazionale delle incisioni rupestri, dove sono conservati i reperti relativi alle varie aree che si possono visitare.

 


Noi, golosoni, abbiamo aggiunto la selvaggia e affascinante Riserva delle incisioni rupestri di Ceto, Cimbergo e Paspardo, ben gestita da ragazzi giovani e volenterosi e dove è possibile ammirare una delle rose camune (ce n’è una anche a Naquane, ma in un posto impervio e non visitabile).

In generale le incisioni rupestri sono incredibilmente affascinanti: alcune rocce sono letteralmente coperte di incisioni, che sembrano quasi sovrapporsi, come se i diversi “writers” ante litteram avessero ingaggiato una guerra di “tag”, altre sono quasi impercettibili e ti devi sforzare per ammirarle, nella loro leggerezza. In generale, rispetto ad esempio al museo di Alta, visitato in Norvegia due esatti fa, le scelte fatte rendono più difficile la lettura, ma sono anche filologicamente più corrette: non c’è il trucco della pittura rossa per far risaltare i segni e quindi sta all’osservatore aguzzare gli occhi e interpretare.

 


Tutti i parchi sono visitabili caninamente (con enorme gioia di Iron, che fa pesare il proprio amore per la cultura). Quello di Naquane ha anche aree da picnic e spazi attrezzati di ogni genere, non a caso le scuole ci vanno in massa! Alcune rocce qui sono davvero esaltanti, tra le altre c’è quella che è stata usata come logo per il trail cui ero iscritto, il cosiddetto “sacerdote che corre”. Quello di Ceto, Cimbergo e Paspardo ci ha profondamente affascinato: è una camminata nel bosco, inframmezzata da queste rocce incredibili, molte quasi inintelligibili, ma che si avvantaggiano dal proprio essere immerse nella natura selvaggia. E La Rosa canina, difficile da trovare, col suo mistero, fa il resto. La camminata è alla portata (quasi) di tutti, diciamo di chiunque sia abituato a passeggiate nei boschi con un minimo di pendenza. La potenza delle immagini e il peso della storia che si percepisce in queste pietre fa il resto. Il museo fa da complemento ai parchi e offre una comprensione più ampia della realtà delle incisioni rupestri, anche se resta un mistero il perché in questa zona siano così abbondanti (una delle ragazze dell’area di Ceto ci ha spiegato che una delle teorie riguarda la presenza della montagna maschio e della montagna femmina, collegate mirabilmente tra loro al solstizio, il che avrebbe fatto della zona una sorta di santuario naturale).

A complemento della gita, come bonus abbiamo visitato (sempre grazie alle tessere musei Lombardia, che è accettata in tutti i parchi tranne in quello di Seradina-Bedolina, che costa comunque solo 4 euro) anche l’accademia Tadini a Lovere. Museo notevole, con una perla di rara potenza espressiva, un bassorilievo di Canova dedicato al giovane figlio del Tadini, morto nel crollo di una parte della casa, da pelle d’oca. Anche il centro storico di Lovere è assolutamente meritevole e si lascia godere in tutta la sua bellezza, peccato solo il continuo passaggio delle auto sulla strada a bordo lago: perché non abbiamo mai il coraggio in Italia di decidere di chiudere al traffico veicolare? Senza auto la cittadina - che così è bella - sarebbe spettacolare e godibile. Peccato…

Un altro bonus notevole è stata la visita a un piccolo produttore di vino, precisamente la cantina Concarena, che si trova sempre a Capo di Ponte. Un ragazzo giovane e suo padre, l'amore per la terra, il desiderio di fare un vino più possibile sincero, mettendo anche a rischio i profitti per non accettare compromessi. La visita è stata davvero interessante, ci hanno portato nel vigneto e abbiamo assaggiato e comprato i vini che producono. Notevoli!

In definitiva, la Valcamonica e le sue incisioni rupestri sono una gita da fare assolutamente… ho avuto ragione a desiderarla per quasi 48 anni!

#iviaggidivanesio vol. 21: Capodanno a Bordeaux, Paesi Baschi francesi e capatina in Spagna

Il post-Natale e il capodanno 2024 ci hanno visto viaggiare verso la Francia e più precisamente verso Bordeaux: durante l’estate avevo visto delle foto della Duna di Pilat e avevamo deciso che non era possibile non vederla! Alla consueta formazione si aggiunge per questo viaggio la Noce, la quale mal tollera (eufemismo) i botti del 31 dicembre e a cui avevamo garantito tranquillità assoluta (spoiler: ce l’abbiamo fatta!)
Con l’età che avanza non riusciamo più a partire appena alzati da tavola dopo le abbuffate di Natale e Santo Stefano, decidiamo per un approccio più rilassato e partiamo il 28 all’ora di pranzo. Mentre decidiamo - park4night alla mano - dove passare la notte, il nostro sguardo cade su un cartello stradale, che ci avvisa della nostra vicinanza a Lascaux: nessun dubbio! Ci fermiamo a dormire in una delle spettacolari aree di sosta francesi (io mi chiedo ogni volta come fa un francese che viene in Italia a non vomitare quando vede i nostri autogrill indecenti…le aree di sosta francesi sono pulite, ampie, comode, confortevoli, piene di verde e di tavolini per il picnic non cosparsi di monnezza…) e decidiamo che il giorno dopo ci saremmo tolti questo sfizio che da anni abbiamo: prenotiamo al volo i biglietti su internet e fissiamo il nostro ingresso alla grotta per le 11,45.


La grotta di Lascaux è uno dei più antichi esempi di arte parietale che si conosca, datata circa 17500 anni fa (Paleolitico superiore). Dopo la sua scoperta negli anni 40 la grotta venne aperta al pubblico, col risultato che a causa del nostro respiro e del nostro calore si stava potentemente deteriorando, è quindi stata chiusa al pubblico per preservarla. Quello che si visita è quindi Lascaux II e Lascaux IV: la prima è una riproduzione fedele al 90% realizzata da National Geografic negli anni ‘80, la seconda è ancora più fedele e costituisce il fiore all’occhiello di un nuovo museo, il Centre International de l’Art Pariétal, aperto nel 2016. Questo è il sito che abbiamo potuto visitare, restando letteralmente a bocca aperta, perché ricostruisce sia a livello di forma sia a livello di dipinti la grotta originale. Visita bellissima, con audioguida anche in italiano: vale ogni euro dei 21 che costa l’ingresso, esperienza meravigliosa! Prima della visita Iron e Noce (più che altro Iron) avevano anche fatto i cani delle caverne, correndo sul pratone antistante il museo: i cani ovviamente non possono entrare nel museo, ma c’è ampio spazio per scorrazzare davanti…


In direzione Bordeaux facciamo una seconda sosta per un altro sito patrimonio dell’umanità, ovvero il chiostro di Cadouin, mirabile opera di gotico fiammeggiante, che ci lascia davvero incantati. Ripartiamo e arriviamo a Bordeaux, nell’unico campeggio aperto in inverno, dove veniamo accolti da una considerevole dose di fango e da una piccola disavventura: alla reception ci indicano una piazzola non lontana dai bagni, che però si rivelano essere chiusi a causa di un allagamento! Non avendo né il water né la doccia su vanesio la questione si fa critica…per fortuna c’è un altro blocco servizi (quello principale) che è anche ben riscaldato: alla reception non sapevano che gli altri fossero allagati. Il campeggio è molto particolare, con una serie di laghetti artificiali su cui affacciano gli chalet che è possibile affittare, molto simpatico passeggiare costeggiando i vari piccoli laghi! Ci spostiamo in una piazzola vicina ai caldi bagni e ci dedichiamo a una cena da van.
 


Il 30 dicembre passiamo al piatto forte della nostra gita: la Duna di Pilat. Si tratta di un fenomeno naturale che lascia senza parole: lunga circa 3 km, alta 100-110 metri (a seconda del momento) e larga 600 metri, 60 milioni di metri cubi di sabbia finissima, con vista sul bacino di Arcachon e sull’oceano, camminare sulla duna è un’esperienza meravigliosa. Arrivando c’è un enorme parcheggio (molto economico, tra l’altro), con bagni, vari snack bar e qualche informazione turistica, poi si sale sulla duna! D’estate montano una scala di legno, d’inverno si deve fare affidamento sulle proprie forze - cosa non banale sulla sabbia! - per arrivare in cima. Da lì si apre la possibilità di passeggiare, seguendo il profilo alto della duna oppure scendendo verso il mare. Abbiamo visto anche bambini scendere con delle specie di bob! Quasi tutti i turisti si fermano ad ammirare il panorama dalla cima, quindi se si sceglie di camminare verso sud si può godere praticamente in solitaria di questo spettacolo naturale. I canetti si sono divertiti in lungo e in largo, correndo a perdifiato su e giù per il pendio, fino ad arrivare alla spiaggia sottostante…dove abbiamo visto (arenate) le meduse più enormi in cui ci siamo mai imbattuti, con diametri che arrivavano a misurare anche 50-60 cm! Rabbrividiamo e decidiamo che - anche se Iron ha continuato a chiedere di poterlo fare - non sia opportuno lasciarlo tuffare in acqua, proseguiamo la passeggiata e dobbiamo alla fine ri-scalare la duna per tornare al parcheggio: 7 km nella sabbia si rivelano molto più stancanti di quanto immaginassimo! C’è giusto il tempo per una visita lampo ad Arcachon - coronata da un fallito tentativo di mangiare le ostriche…ma mi rifarò!, e poi via verso il campeggio di Le Bilos. 


Si tratta del campeggio dove abbiamo deciso di passare due notti, compresa quella del 31, perché viene descritto da park4night come estremamente tranquillo e in mezzo a una foresta. Ecco, mentre percorriamo la strada per arrivarci, capiamo che “estremamente tranquillo” quasi non renda giustizia a questo posto: si tratta veramente di un campeggio al centro di una foresta circondato da quello che non è possibile chiamare paese, Le Bilos. Sono 4 case di numero, probabilmente il numero di mucche è largamente superiore a quello delle persone. Ciò detto, il campeggio è magico: un po’ datato, ma tenuto molto bene, con i bagni orgogliosamente puliti e super riscaldati. Di notte non c’è una luce per molti km - il che ci consente di ammirare stellate degne di questo nome e ci costringe a renderci ridicoli andando in bagno con la cosiddetta “luce cerebrale”, ovvero la lampada frontale. Da dietro il campeggio è possibile accedere direttamente nella foresta, per una passeggiata immersi nella natura…facendo però attenzione ai cacciatori: abbiamo infatti sentito qualche sparo e siamo rientrati di corsa!


Il 31 dicembre lo passiamo ammirando la duna dall’altra parte, ovvero dal lato dell’oceano: andiamo infatti a Cap Ferret, spiaggia con vista sull’oceano da un lato e sul bacino di Arcachon e sulla duna dall’altro. Da un lato infuriano i venti e onde spaventose - oltre ad un altro sistema di dune meno imponenti ma ugualmente spettacolari - dall’altro calma piatta e barche in secca a causa della bassa marea. Anche qui ostriche a go-go, ma in questa stagione è possibile comprarle ma non degustarle sul posto, il che è un problema, visto che non le so aprire, e non voglio provarci, essendo affezionato alle mie dieci dita. 
Per preservare la salute mentale dei nostri cani, torniamo a Le Bilos prima che inizino i fuochi d’artificio e ci prepariamo un cenone di San Silvestro memorabile, con cotechino italiano e champagne francese acquistato all’Intermarché - il nostro supermercato francese preferito - di cui io ho anche la tessera soci! Si odono in lontananza forse 4-5 petardi, dopo la mezzanotte, ma complice il sonno, anche Noce dice che non valgono alcuna preoccupazione e - come mi dicono i vicini di piazzola il giorno dopo - bonne année e bonne santé! A proposito dei vicini di roulotte… un certo numero di essi vive nel campeggio: persone di una certa età che hanno deciso di andare a vivere a Le Bilos, accontentandosi di una roulotte e una veranda e godendosi uno splendido isolamento. La cosa mi affascina e non poco, lavando i piatti chiacchiero con un paio di loro e provo una certa invidia! 


La mattina del primo dell’anno è dedicata a Bordeaux: torniamo al campeggio in città in mattinata, lasciamo le belve a dormire su vanesio e andiamo in città coi mezzi pubblici, precisamente un comodo autobus che ci lascia in pieno centro. La città è molto bella e all’inizio praticamente deserta (come è normale al primo dell’anno), poi piano piano si riempie e si lascia godere anche nella sua versione animata, con Rue Sainte Catherine decisamente vivace. Purtroppo lo specchio d’acqua antistante Place de la Bourse è vuoto, quindi non possiamo godere dello spettacolo riflesso dell’imponente palazzo della Borsa, ma ce ne facciamo una ragione. Proviamo i famosi cannelé, dolce tipico locale e siamo pronti per tornare in campeggio.


La mattina del 2 visitiamo la Cité du vin, edificio a forma di decanter totalmente dedicato al vino, che è ovviamente fondamentale in questa città. Non facciamo la visita completa (di mattina non si presta a un’ubriacatura assicurata!) ma io sono andato a vedere e fare qualche acquisto nella cantina (la Cave), che è la più grande del mondo, con oltre 800 etichette che provengono da dovunque si produca vino. Un luogo iconico!! Da lì muoviamo verso i Paesi Baschi francesi, con le città di Bayonne e Biarritz. 
  



Due posti diversi, ma entrambi bellissimi: Bayonne ha la perfetta dimensione della cittadina francese, con le mura, le case a graticcio, le vie animate, il fiume che la percorre… Biarritz ha la potenza dell’oceano che la sferza, una scogliera selvaggia, una spiaggia-belvedere e una serie di case che somigliano a castelli: non a caso veniva definita la regina delle spiagge e la spiaggia dei re, perché tutta la nobiltà europea veniva qui al mare! Troviamo un bel campeggio a Urrugne e ci ricarichiamo dopo una giornata intensa: il giorno seguente abbiamo infatti pensato di attraversare i Pirenei per andare in Spagna! La cosa ha origini antiche: nel lontanissimo 2006 avevamo fatto un lungo giro della Spagna e del Portogallo ed eravamo passati da Huesca. All’epoca però Internet non era ciò che è oggi e i social esistevano a malapena: eravamo così passati a pochi km da San Juan de la Peña senza sapere della sua esistenza, salvo scoprirlo al nostro ritorno e mangiarci le mani vedendo le foto di questo monastero incastonato nella roccia. Quindi, è tempo di rimediare! La mattina si apre prima con la visita al bel forte di Socoa, a pochi km dal campeggio. Una specie di barriera artificiale blocca la furia dell’oceano, creando una baia calma e sabbiosa a una cui estremità troneggia la torre del forte. Da qui è possibile ammirare l’oceano che abbatte le sue onde sulla diga creata dall’uomo, un vero spettacolo! Iron e Noce corrono sulla spiaggia e così si fa ora di pranzo…ed ecco finalmente il tanto atteso pasto con le ostriche, ma già che ci siamo esagero e mi dedico a un plateau royal: ostriche, aragostine, gamberi e bulots, delle lumache di mare buonissime che avevo già provato a Cancale. 
 


Con la pancia piena ci mettiamo alla guida e scavalliamo i Pirenei verso la Spagna, arrivando in serata a Jaca, dove troviamo un campeggio stranissimo, che si sviluppa in lunghezza su un solo asse, con le roulotte - quasi tutte stagionali - disposte in fila. La proprietaria tiene molto alla sua erba (e fa una rognata impressionante ai nostri vicini, rei di aver parcheggiato il loro van sul prato e non su dei binari di autobloccanti appositamente predisposti) e in generale al suo campeggio, che è letteralmente costellato di cartelli con le cose vietate e quelle da non fare. Prima di cena gita al supermercato locale - il mitico Mercadona - a comprare jamon serrano e le deliziose acciughe del cantabrico. Uno degli aspetti che amo di più di viaggiare è visitare i supermercati locali alla scoperta dei loro prodotti, e nei paesi che abbiamo già visitato ho alcuni appuntamenti imprescindibili!
 


La mattina seguente percorriamo la trentina di km (molto in salita) che ci portano al monastero di San Juan de la Pena ovvero della roccia, perchè l’antico monastero, che risale al X secolo è letteralmente incastonato nella roccia del monte Pano, che gli fa da parete e da tetto. La visita è davvero bella e il luogo lascia incantati, con questo enorme masso che incombe sopra alla meraviglia degli ambienti, su cui svetta il chiostro romanico coi suoi capitelli istoriati. La visita prosegue al monastero superiore, costruito nel 1600 e di cui oggi si visitano le rovine con un allestimento museale a dir poco magnifico: pavimenti di vetro da cui si osservano i resti del monastero e un ottimo percorso didattico. Il tutto circondato da un altopiano sorvolato da grandi uccelli rapaci (Noce non gradisce l’arrivo di due gipeti - o erano gheppi? - non appena scende dal van, e immediatamente chiede di risalire, anche perché nella zona, verso il monte Oroel vengono segnalate anche le aquile reali!). Tornando a valle si visita il piccolo e bel paesino di Santa Cruz de la Serós con la sua brava chiesetta e si torna poi a Jaca. Qui ammiriamo la cittadella, col suo fossato in cui albergano belli paciosi un certo numero di cervi e ci dedichiamo a una deliziosa tortilla, prima di riprendere la via della Francia. 
La deviazione in Spagna valeva assolutamente la pena: il monastero è uno di quei monumenti che non si dimenticano facilmente, un vero capolavoro in perfetta armonia tra ambiente costruito e realtà naturale. 
 


Da questo momento parte ufficialmente il viaggio di ritorno, con un’ultima sosta in una bella area camper in riva alla Garonna, dove ammiriamo aironi a tutto andare, acquistiamo formaggi e salsicce e succhi di frutta prodotti dai contadini locali in una sorte di bancomat fermière e per festeggiare degnamente l’epifania facciamo incetta di galettes des rois, il dolce francese che celebra i Re Magi. Si tratta di una torta in cui è celata una figurina: chi la trova ha diritto a indossare la corona del Re Magio, ci sarà da divertirsi anche una volta tornati a casa!
Per un breve riassunto abbiamo imparato che: saremo gallofili, lo sappiamo, ma la Francia è una nazione meravigliosa, non ci sono santi. I cugini hanno tanto, tra bellezze naturali e non, e sanno valorizzare il tutto in maniera impeccabile. Avremmo moltissimo da imparare, sotto molti aspetti. 
I campeggi aperti d’inverno sono molti di più di quelli che ci sono in Italia (dove è davvero difficile trovarne, tranne che in montagna) e sono tendenzialmente, ma già lo sapevamo, molto puliti e a prezzi contenuti. Il problema economico si ha per gli acquisti… tra vino, formaggi, spalmabili vari, sidro, dolci, eccetera è impossibile contenersi! 


E per finire…Anna non ha battuto il suo record di pain au choc mangiati in un giorno, ma si è comunque ben difesa!
Vive la France… et à bientôt, visto che a marzo saremo qui ancora coi nipoti!

domenica 10 dicembre 2023

#iviaggidivanesio vol. 20: Cascate di Riva di Tures e lago di Braies

Era da tantissimo che desideravo vedere il lago di Braies. Non che io sia originale, praticamente tutti vogliono vedere il lago di Braies: uno dei laghi più instagrammati del mondo, non senza ragione. Il ponte del mio compleAldo si è rivelata l’occasione giusta!

Causa stanchezza che si è accumulata nei mesi precedenti, non riusciamo a partire come avremmo voluto né il 6 sera né il 7 mattina (a Milano il 7 è festa, perché è santambroeus). Partiamo quindi il 7 pomeriggio, un po’ impreparati, ovvero senza aver studiato un itinerario, ma decisamente carichi a molla. Mentre ci dirigiamo in zona, cercando un campeggino o un’area sosta dove dormire, leggiamo di un’area denominata “cascate”, a Riva di Tures, imbocco della valle Aurina. Siamo stanchi, è tardi, ma un’occhiata alle foto su google ci convince: le cascate saranno la nostra prima tappa. Dormiamo in libera in un ottimo spiazzo, al mattino scopro che a circa 50 metri sorge un campeggio super nuovo e super fico: il camping såndgøld, una quarantina di piazzole disposte a mezzaluna al cui centro troneggiano degli chalet dall’aspetto austero e con vetrate a tutta parete libidinose. 

Decidiamo di passare qui la notte successiva (anche se purtroppo gli chalet, che avremmo affittato volentieri per una notte, sono tutti occupati, meglio così, Vanesio si sarebbe offeso!) e partiamo subito a piedi per l’escursione alle cascate, che sono ben tre. Ci si addentra nel bosco e si sale un comodo sentiero fino alla prima cascata, un meraviglioso salto di circa 10 metri. 

Nel piccolo spiazzo è allestito un mercatino dell’Avvento: a Tures hanno deciso quest’anno di fare il mercatino nel bosco, molto affascinante! Si continua a salire, lunga una scala di pietroni, col sentiero che per larghi tratti è sovrapposto al cosiddetto sentiero francescano, con sculture che richiamano il santo di Assisi e si arriva alla seconda cascata, un salto mozzafiato, alta quasi il doppio della prima! 

 

L’appetito vien mangiando e sembra dai vari siti visitati che il meglio debba ancora venire: in un altro quarto d’ora arriviamo a uno degli spettacoli naturali più incredibili che io abbia mai visto (e per mia fortuna, ne ho visti…): 40 metri di salto, ma soprattutto gli schizzi di acqua che si generano dal salto della cascata si sono solidificati per il freddo, creando, a specchio con la cascata, una concrezione glaciale di rara bellezza. Le due cascate, d’acqua e di ghiaccio, si guardano e si fronteggiano, le goccioline d’acqua hanno creato su alberi e piante circostanti dei ricami delicati e incantevoli. 

Restiamo abbagliati da questa bellezza e anche un po’ surgelati… decidiamo di proseguire nel bosco, fino ad arrivare dopo un’ora circa al castello di Tures (purtroppo chiuso al pubblico, due visite guidate al giorno, ma erano oramai avvenute). Da lì torniamo verso il campeggio per chiudere l’anello e tutti e tre, stanchi ma a molto felici, ci abbandoniamo a una doccia bollente (Iron questa se la evita) e a un pranzo/cena (diciamo una merenda, ma con la pastasciutta…) luculliano.

La mattina seguente ci svegliamo con una colazione strepitosa, che è possibile ordinare la sera prima in campeggio, servita in una cassettina di legno colma di paglia, uno spettacolo!, e ci dirigiamo verso il lago di Braies.

Arrivando notiamo che uno dei nostri timori sembra avverarsi: un serpentone di auto si snoda sulla strada. Ma abbiamo un asso nella manica: anziché fare i turisti della domenica, parcheggiamo a Ferrara (non in Emilia, a Ferrara frazione di Braies!) e iniziamo una simpatica rampegata lungo il sentiero Viktor Wolf Edler von Glanvell, pioniere dell’alpinismo della zona. 

 

Il sentiero è bellissimo e tutto sommato agevole, se non fosse per la spazzolata di neve caduta da poco, che ha fatto in tempo a solidificarsi divenendo in alcuni tratti un lastrone di ghiaccio assassino. In circa un’ora e mezzo arriviamo, e lì vediamo gli orripilanti parcheggi stracolmi di automobili. Il lago è ghiacciato e coperto di neve, ha un fascino senza paragoni, incastonato tra le cime che lo circondano, ma purtroppo ci sono due problemi: l’enorme quantità di turisti, che sembrano essere tutti sbucati dalla pagina Facebook “Gente che va in montagna due volte l’anno”, con tutto il campionario di scarpe da ginnastica e pellicce, e la copiosa quantità di ghiaccio sul sentiero che fa il periplo del lago. 

Dopo una simpatica caduta sul ghiaccio da parte mia, decidiamo di desistere dal giro completo, e torniamo a valle, seguendo un altro sentiero, indicato come sentiero invernale 2, più ripido ma incredibilmente meno scivoloso. Arriviamo a Ferrara dopo quasi 4 ore complessive, ben innevati, ma con ancora le energie (qualcuno…) per fare delle corse matte sulla neve, prima di svenire sul van tutto copertinato! 

La tappa successiva è San Candido, dove non eravamo mai stati, ma prima una sosta obbligata alla latteria delle tre cime, all’imbocco di Dobbiaco: formaggi, salamini, marmellate, speck… insomma, prodotti altoatesini a go-go! San Candido da un lato sembra bellissima - anche se purtroppo è tardi e non si vedono più le montagne che la circondano, ma anche un posto un po’ “sciuretto”, con negozi chic e un’orsa di sciatori che prendono d’assalto il mercatino dell’Avvento. La coda e il freddo ci scoraggiano e optiamo per cercare un campeggio e cenare lì. Ma tutto sommato, perché cercare una via nuova, quando la vecchia si è rivelata così meravigliosa? Optiamo per tornare al campeggio såndgøld, dove mentre ceniamo nel van il cielo ci fa una sorpresa: inizia una copiosa nevicata, che rende la serata semplicemente magica, tutta ovattata e meravigliosa. 

 

In questo scenario da favola ci svegliamo e optiamo per bissare anche la mega-colazione nella cassettina, prima di tornare verso casa: prima però sosta obbligata al nostro mercatino preferito, a Bressanone per concludere degnamente il weekend…

lunedì 5 giugno 2023

#iviaggidivanesio vol. 19: Sentier des ocres, Roussillon e Saintes- Maries-de-la-mer

Una nuova gita in Francia, paese che amiamo alla follia, questa volta con ospite d’onore: Iron ha infatti invitato la cuginetta Noce, detta noisette da queste parti (una curiosità, noisette è anche il modo in cui i francesi chiamano il caffè macchiato freddo - comunque è pessimo, evitatelo!).

L’obiettivo principe del viaggio è visitare il Sentier des ocres, un affascinante tracciato nelle montagne del Luberon, in quella che un tempo era una cava di ocra. Il sentiero è molto semplice e accessibile anche ai bambini, esiste una versione breve da circa mezzo’ora e una un po’ più lunga da 50 minuti. Noi abbiamo optato per questa!

 


Raggiunto il paese di Roussillon si trova un comodo parcheggio che permette di accedere al sentiero - tutto a pagamento, ma decisamente economico: 4 euro per il parcheggio e 3,5 euro per il sentiero. 

Appena si entra nel sito, si rimane immediatamente a bocca aperta: dopo l’accesso infatti si apre un piccolo avvallamento che è uno dei due punti più panoramici, dove il rosso e il giallo dell’ocra si incontrano in maniera estremamente affascinante. Si prosegue con un po’ di salite e discese nel bosco, con frequenti punti dove sostare su panchine di legno e restare a bocca aperta davanti ai colori che contraddistinguono il sentiero! Dopo circa 25 minuti si trova un altro punto meraviglioso, con una serie di colline scavate inondate dal sole e circondate dagli alberi, a formare una sorta di anfiteatro rosso: spettacolare!

Il fatto che il tutto sia immerso in un bosco rende la visita agevole, anche col sole (per lo meno a inizio giugno, quando lo abbiamo visitato noi) e alla partenza (nonché all’arrivo, il sentiero è circolare!) c’è una fonte d’acqua potabile. Per la visita occorre tenere presente che sono sconsigliati vestiti delicati: l’ocra infatti colorerà senza indugio scarpe e vestiti (ancora di più se un canetto vi salta su con le sue zampine tutte ripiene di ocra…). Gita davvero affascinante!

 



Lasciando la macchina la medesimo parcheggio, è poi possibile fare un giro nel paese di Roussillon, classico abitato provenzale, dotato di un bel centro tutto pedonale, in cui perdersi tra i vicoletti. Colori vivaci, lavanda un po’ ovunque, molti posti dove mangiare qualcosa, impossibile restare indifferenti al suo fascino! Nei dintorni sorgono varie cantine che producono l’AOC (il nostro doc) Ventoux della zona: vini semplici ma ben fatti. Noi abbiamo visitato il Domain du culet rouge, dove sono stati molto cortesi e ci hanno fatto degustare la loro produzione di rosati, bianchi e rossi. 

 

All'uscita dal paese è possibile ammirare anche il ponte Julien, che permette di attraversare il torrente Calavon: un ponte di pietra a schiena d'asino circondato da papaveri e accessibile con un comodo parcheggio. Vale la deviazione!

A questo punto avevamo un dilemma da sciogliere: seguire il richiamo della cultura, visitando la vicinissima Avignone, o cedere alle lusinghe di mare e flamants roses, andando ancora una volta a Saintes-Maries-de-la-mer? Complice un meraviglioso regalo che mi ha fatto Anna, ovvero un monocolo per guardare e fotografare i pennuti, la scelta è fin troppo facile, ed eccoci ancora una volta al camping paradis de la brise! In questo inizio d'estate il campeggio è ancora molto tranquillo e l’atmosfera rilassata, fatto salvo tra le 19 e le 22, quando le zanzare si abbattono su di noi voraci come esattori delle tasse…come è ovvio per un posto che è di fatto in mezzo alla laguna! Il nostro gazebo con zanzariere su ogni lato si rivela vincente per salvarci la vita, abbinato però a litri di Autan. La laguna è molto più secca che a Pasqua, ma i fenicotteri si sono solo spostati più aventi e abbondano: il nuovo giocattolo permette di vederli con un super ingrandimento e li si apprezza al meglio. 


 

La sera per salutare la Camargue, come rinunciare a una paella camarguaise? Oramai è una tappa fissa e irrinunciabile…

Insomma: quattro giorni di relax e un paio di posti davvero indimenticabili. I canetti cuginetti hanno gradito molto la gita, anche se Noce ha sottolineato più e più volte che a casa coi suoi genitori si mangia molto molto meglio…e si cammina di meno!


Tutte le foto come sempre a cura di Anna sono disponibili all'album



domenica 4 settembre 2022

Vacanze 2021: Lofoten, Capo Nord, Svezia con van e cane: 2 - Le isole Lofoten

Questo post segue quello dedicato all'arrivo alle Lofoten che è possibile trovare qui: https://aldotorrebruno.blogspot.com/2022/01/vacanze-2021-lofoten-capo-nord-svezia_3.html e fa parte del più ampio racconto delle vacanze 2021 nel grande nord. L'introduzione e l'indice si trovano qui: https://aldotorrebruno.blogspot.com/2022/01/vacanze-2021-lofoten-capo-nord-svezia.html

Qui mi focalizzo sull'obiettivo primario della vacanza, uno dei posti che ho sognato di visitare per anni e anni: le isole Lofoten. Queste isole incredibili sono state collegate tra loro tramite un ingegnoso e mirabile sistema di ponti e gallerie (la strada E10) che consente di raggiungerle quasi tutte - ad eccezione di Værøy e Røst - senza dover prendere traghetti. Sono un luogo dove la natura è di una bellezza senza senso, e domina incontrastata. D'estate, quando ci siamo andati noi, le giornate sono infinite, il sole splende nel cielo più di 20 ore al giorno, la temperatura è molto meno fredda di quanto ci si possa immaginare e gli occhi faticano ad adattarsi alla quantità di bellezza che incontrano. 

Cosa si fa alle Lofoten? Essenzialmente alle Lofoten si cammina, perché culturalmente non è che ci sia nulla da fare (la città più grande, la "capitale" Svolvær ha meno di 5000 abitanti), mentre la natura offre i suoi frutti più deliziosi: spiagge dai colori caraibici da cui sorgono vette montane che in poche ore ti consentono di ammirare le isole dall'alto, a strapiombo, laghi, fiumi, montagne, uccelli marini in enorme quantità, aquile, delfini, orche, foche...insomma un vero paradiso naturale! Nell'anno del covid, forti delle due dosi di vaccino, si è rivelata la vacanza perfetta, perché fatta di grandi spazi aperti, di cui avevamo estremamente bisogno dopo un anno di reclusione, di pochissimi incontri con altre persone e di grandi camminate. Il van poi è davvero la dimensione ideale: ti consente libertà ma al contempo si piazza un po' ovunque, anche in parcheggi più o meno selvaggi a bordo mare...

Un libro fondamentale per pianificare e poi godere la visita è la guida Rother Lofoten and Vesteralen: 60 walks, che presenta 60 camminate di vari livelli, con descrizioni molto complete e possibilità di scaricare i file gpx da usare col cellulare per orientarsi. Questo è non un consiglio, ma una necessità: il livello della segnaletica sui sentieri è praticamente nullo, quindi i file gpx ci hanno salvato la vita in più di un'occasione, rivelandosi preziosissimi. Altro punto fondamentale: non fidatevi MAI dei personaggi locali quando il tema è la difficoltà delle escursioni. Quello che per loro è un "family walk" (e in effetti lo fanno coi bambini aggrappati al collo) è al limite del praticabile per persone normali (un filino sovrappeso, ma anche abbastanza allenate). Non oso immaginare cosa siano i percorsi indicati come "difficili"... 



Comunque, i percorsi indicati come facili nella guida Rother sono alla portata di chiunque sia un minimo allenato, anche se i tempi dichiarati tendono ad allungarsi, mentre quelli indicati come medi possono presentare difficoltà a tratti non sormontabili senza attrezzatura specifica (noi in un paio di occasioni siamo tornati indietro e non mi vergogno ad ammetterlo). 

Il clima cambia alla velocità della luce, come sempre nell'estremo nord, il che è un bene (ti svegli sotto il diluvio, non ti scoraggiare, dopo colazione potrebbero esserci il sole e 15 gradi) ma anche un male (parti bello tranquillo sotto il sole in maglietta e dopo mezz'ora fa un freddo polare e diluvia ghiaccio). Vestirsi a cipolla è l'ovvia soluzione, senza mai fidarsi. Ma mai fidarsi, anche se sembra che non ci sia una nuvola in tutto il circolo polare artico. Meglio fare qualche km con lo zaino un po' più pesante che rischiare di trovarsi a 800 metri d'altezza sotto l'acqua e nulla che ti ripari. 

Le scarpe da trekking un po' serie e una giacca davvero impermeabile sono imprescindibili. A meno che la vacanza non preveda stare in panciolle in una delle numerosissime rorbu (le casette rosse dei pescatori, ora trasformate in alberghi diffusi di super lusso) a fare idromassaggio e abbuffarsi di stocafisso! Se l'idea è quella, mettete in conto un budget sostanzioso: ho provato a chiedere per curiosità quanto ci sarebbe costato dormire in una rorbu e si parla di cifre che oscillano sui 300 euro a notte! In linea generale, tra l'altro, come già detto la Norvegia è carissima, ma le Lofoten sono anche peggio, perché molti norvegesi ci vanno in vacanza (molti norvegesi è una frase che ha poco senso, diciamo che quando trovi tante persone è come Rimini a dicembre...). Ma con accortezza e i supermercati (che sono facili da trovare più o meno ovunque) si può sopravvivere.

Qui elenco un po di escursioni che abbiamo fatto, segnalando quelli che reputo i luoghi imperdibili:

- Camminata tra le spiagge di Hauckland e Uttakleiv: assolutamente imperdibile. La spiaggia è caraibica, il sole di mezzanotte è uno dei più bei soli di mezzanotte che si possano ammirare, tramonto e alba che sfumano l'uno nell'altro, davvero da non perdere. Se si ha coraggio (Iron) si può anche azzardare il bagno. I locali lo facevano.

- Passeggiata Eggum - Unstad tra mare, laghi e montagna. Ogni metro più bello del precedente. Davvero meravigliosa

- Nusfjord: villaggio di rorbuer tutto turistico, ma che vale la pena. La strada che si fa per arrivarci è mozzafiato

- La passeggiata chiamata Ginaløypa in onore di una Gina la regina. Si arriva in cima al monte Flastadkoi. Teoricamente è un family walk...ci sono dei pezzi a strapiombo che personalmente mi hanno terrorizzato. Però camminata che sale rapidissimamente dal mare (si parte proprio a 0 metri) alla cima della montagna. 

- L'isola di Væroy in generale (ancora più isolata delle intere Lofoten, affascinante) e soprattutto la camminata al villaggio abbandonato di Måstad. Anna voleva uccidermi quando eravamo a metà, ma alla fine ne è valsa la pena. Alla fine si tratta di una scalata a livello del mare (anche se sembra una frase senza senso): 8 ore di cammino difficilissime tra sassi scivolosi, salite e discese. Il villaggio non è più del tutto abbandonato perché alcuni pazzi hanno ristrutturato le case e le usano per vacanze. L’effetto è straniante, non c’è un porto né una strada carrozzabile che arrivi al villaggio e per l’acqua tutti dipendono da una pompa a mano (che ha salvato anche la mia vita: non ci eravamo portati acqua né cibo se non due fette biscottate...due fessi mondiali)



- Il villaggio di Å che noi abbiamo visto sotto la pioggia ma sembrava bello lo stesso. Col sole credo sia indimenticabile. Stessa cosa si può dire di Reine, che ha però un plus eccezionale: la scalata al Reinebringen, 2000 scalini costruiti dagli sherpa tibetani per permettere di dominare dall'alto la cittadina. Faticoso, confesso che non ce l'abbiamo fatta, a 1/4 del percorso abbiamo mollato, anche perché sotto l'acqua era molto complicato...

- La la Venezia del nord (ma quante sono le Venezie del nord? Stoccolma, Amsterdam, chiunque abbia un po' di mare/fiume e il nord si fa chiamare così...), Henningsvær. Diciamo che il nord c’era, Venezia meno...ma il campo da calcio incastonato su un'isoletta microscopica vale da solo la gita. Giustamente fotografato da chiunque arrivi fino a qui!

Ultima nota sui campeggi: sono ottimi e abbondanti. Menzione d'onore per il nostro preferito: il Brustranda sjøcamping che ha anche un negozietto dove comprare souvenir di ogni genere (e eccezionali giacche norvegesi per sopravvivere al clima: bellissime e economiche), ma in generale sono tutti tenuti molto bene e l'accoglienza è ottima. 


In definitiva le Lofoten mantengono appieno le promesse che fanno, la natura è semplicemente incredibile e i colori indimenticabili. Infondono pace, ma sono anche adrenaliniche per la quantità di camminate così varie che permettono. Mare, montagna e laghi non hanno soluzione di continuità, la natura è letteralmente esplosiva e la presenza umana molto rispettosa. Si respira, si vedono spazi sterminati e si godono (d'estate) giornate che letteralmente non finiscono mai, che fanno passare la voglia di andare a letto, per apprezzare ogni singolo minuto. Un viaggio che davvero ti lascia dentro una quantità di immagini e ricordi inauditi.

Dopo le Lofoten, già che eravamo da quelle parti abbiamo deciso di arrivare a Capo Nord…cui è dedicato un altro post