venerdì 10 aprile 2026

Nella carne - Davide Szalay

Uno dei libri dell'anno

Questo libro è per me un’indagine sullo scarto tra il vivere gli eventi e la capacità di abitarli attraverso il linguaggio. Il protagonista, István, attraversa decenni di storia restando però in un’"opacità riflessiva": la sua esistenza rimane aderente alla carne (come da titolo), senza mai elevarsi a coscienza narrante o condivisa. Lo stile sobrio e neutro dell'autore rispecchia perfettamente l'interiorità muta di un uomo che non problematizza la realtà, limitandosi a un "per me ok", la sua battuta più caratteristica. Le parole non mancano perché vietate, ma perché percepite come inutili, delineando un modello di maschile che confonde la resistenza con la profondità, un modello che viene messo a nudo e che offre materiale di pensiero proprio perché evidentemente meritevole di problematizzazione. Questa assenza di narrazione interiore impedisce evidentemente la vera conoscenza di sé e dell'altro, trasformando le relazioni in legami puramente funzionali - cosa che peraltro al protagonista sembra andare più che bene. Il romanzo diventa così un "controcanto per litote" sulla potenza del linguaggio: Szalay non celebra la parola, ma mette in scena il vuoto lasciato dalla sua assenza. Ovviamente però senza il racconto di sé non c'è guarigione né reale incontro, solo una successione di sopravvivenze, che è quella che vediamo nel libro. In definitiva, resta da domandarsi: quanta parte della nostra vita resta inespressa e, dunque, non pienamente vissuta?

4,5 stelle per me

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